Tessere la tela cognitiva nella pandemia di un virus anti-sociale

di Stefano Cristante

Prima del virus c’erano altri virus. Solo che a quelli Homo sapiens resisteva senza problemi o quasi, mentre al Covid-19 no. In realtà questo non è del tutto vero, perché molti contagiati sopravvivono e altri persino non si rendono conto di essere contagiati, perché sono immuni anche se possono diffondere il virus. Comunque l’effetto di massa della propagazione del Covid-19 è inaudito, e così le conseguenze mortifere e anche quelle socialmente drammatiche. 

Un primo punto di riflessione si impone sul momento, cioè sul contesto storico e ambientale in cui il coronavirus si manifesta nel mondo. “Prima” non eravamo nel migliore dei mondi possibili. L’ultima ondata di ottimismo percepita dall’umanità nel suo complesso si situa nella frazione temporale degli anni ’90, quando il liberalismo occidentale si avvalse dell’ingresso dei partiti socialdemocratici e progressisti nel novero dei più accesi sostenitori della globalizzazione, ovvero di un’espansione planetaria di valori e comportamenti inscritti nella mondializzazione del capitalismo e amplificati dalle tecnologie digitali e dall’accelerazione tecnologica in genere. Ogni tanto ancora riaffiora un’espressione clintoniana dell’epoca, che si porta dietro la grandeur psicologica di quel periodo: “creare le autostrade dell’informazione”. Valeva per tutto, come indicazione generale. Dopo la vittoria del macro-modello occidentale sancita nell’89, ora la tecnica forniva il propellente per un livellamento delle asperità locali e per un’accelerazione collettiva inondata di illimitate possibilità. 

C’era forse il tempo per una qualche correzione di rotta, come indicò la candidatura di Al Gore dopo un doppio mandato di Clinton, conclusosi con lo scandalo/farsa del Sexgate. Ma Al Gore perse contro George W. Bush. Le tematiche ambientali, particolarmente care ad Al Gore, restarono confinate nel mondo delle fondazioni scientifiche e culturali. 

Poco dopo ci fu l’11 settembre. Poi la reazione all’11 settembre. La guerra in Afganisthan e in Iraq. La crisi di Wall Street del 2008. L’ondata di recessione mondiale. Il terrorismo dell’Isis. Il rafforzamento in Europa e nel mondo di proposte politiche populiste e sovraniste. La crisi dell’Unione Europea, sancita dalla Brexit. La crisi delle relazioni internazionali, segnata dalle tensioni ricorrenti tra gli Stati Uniti e la nuova Cina del capitalismo sotto partito unico. Dall’inizio del secondo decennio del nuovo secolo, un allarme sempre più forte della comunità scientifica internazionale sui cambiamenti climatici e sui rischi di un avvelenamento globale del pianeta. 

L’emergenza da Covid-19 si verifica a valle di questa fase, in cui l’umanità ha corso come non mai, scambiando un’accelerazione per velocità definitiva, e pensando che la direzione dell’accelerazione fosse sostanzialmente indifferente. 

Arriva dunque il virus, e coglie impreparata una società globale dove la sanità è stata ovunque considerata un costo sociale, dove la vita media è aumentata e dove la tecnologia celebra sé stessa in tutti i sistemi, ma soprattutto in quelli dell’intrattenimento e della connessione. Arriva dunque il virus, e la scienza, dopo i primi sbandamenti e anche le prime negazioni, ne riconosce la pericolosità, insieme alla sua indeterminatezza nell’esito della malattia a seconda del soggetto contagiato. 

Il problema inizialmente sembra il virus: ben presto sarà chiaro che la questione si riversa in modo drammatico non solo sulle persone, ma sulle strutture sanitarie, che rischiano il collasso per la saturazione dei servizi di emergenza e di trattamento specializzato. Più dei calcoli sulle morti può la stima del possibile collasso degli ospedali. Dopo l’imprimatur globale sulla riduzione dei costi della sanità venuto a galla già negli anni ’80 del XX secolo – e da allora implacabilmente diffusosi nei paesi un tempo sostenuti da welfare – le condizioni sanitarie vacillano in numerosi stati-nazione. Laddove la catena del comando è più breve grazie al sistema politico non-democratico, si mettono in atto decisioni straordinarie, come la costruzione di due mega-ospedali a Whan in pochissimi giorni. Nel resto del mondo, Italia compresa, medici e infermieri tentano di superare i problemi con una dedizione degna di grandi tragedie umanitarie. E infatti in tanti ne pagano le conseguenze, in termini di contagio e morte. 

La prospettiva del collasso sanitario in Italia e poi in Spagna e in Francia induce alla pratica della “distanza sociale” e allo stile di vita della “quarantena di massa”. Bisogna aumentare la prossemica in presenza (minimo un metro, molto più dell’abituale distanza con gli altri) e stare a casa. 

Nel frattempo il “fuori” (frequentato solo negli interstizi dell’acquisto e dei servizi indispensabili) è portato “dentro” (le case) dai media, sostanzialmente trasformati in un mono-canale televisivo ibridato dai social che tratta solo della pandemia. I tentativi di scaricare su categorie devianti di cittadini lo stress micidiale di questa auto-reclusione di massa fa parte di un mix narrativo in cui galleggiano vecchi stereotipi xenofobi, nuove spirali del silenzio, nuove semplificazioni belluine, a fianco di un non meglio definito buon senso. 

I decisori hanno vacillato, negando in maggioranza la calamità e la conseguente emergenza. 

Ogni settimana, a partire dalla fine di febbraio 2020, un decisore ha dovuto abbassare il capo e adattarsi a misure sempre più vicine al lockdown. Naturalmente non hanno davvero abbassato il capo in segno di scuse: in omaggio a una delle caratteristiche delle leadership populiste – il fatto che ogni significante possa essere repentinamente svuotato di senso e di un contenuto precipuo – hanno alzato i toni e hanno chiamato i cittadini al sacrificio della mobilità. Salvo alcuni, in realtà non pochi, che devono mandare avanti la produzione di beni essenziali (circa 1 cittadino su 3).

I riflettori sono stati piuttosto avari con questa parte del mondo, forse perché lì il rischio è maggiore e maggiore la possibilità di far rientrare eventuali contagi nella dimora domestica. Una vita quotidiana con le sue incognite, pur all’interno di precauzioni e cautele.

Invece i medici e gli scienziati hanno goduto di un diverso trattamento. Quando i governi hanno integrato gli scienziati nella sfera decisionale, le misure adottate hanno seguito una logica: hanno isolato i focolai di contagio e hanno ottenuto la quarantena di massa, progressivamente irrigiditasi con l’aumento dei malati. Sono state messe in scena, sullo schermo televisivo, polemiche anche forti tra scienziati, prima sulla gravità del virus, poi sulla sua natura pandemica e poi sulle misure da adottare per contenere il contagio e sulla loro durata. Direi però che nel loro complesso gli scienziati hanno assunto il ruolo di “decisori morali” e lo hanno interpretato con convinzione, fornendo ai decisori politici l’unica spalla possibile, quella dell’azione di emergenza razionalmente orientata. Le conseguenze sociali dell’isolamento di massa non sono state considerate, se non con i brividi di chi per la prima volta deve bloccare quasi ogni forma di presenza urbana, dal negozio alla palestra alla scuola. Nessuno era mai stato testato per un esperimento del genere, il quale poteva anche rivelarsi un fallimento. E nessun decisore, come abbiamo visto, era in partenza favorevole alla quarantena di massa. Il lockdown si è fatto perché gli scienziati hanno ottenuto lo spazio decisionale dominante. Certo, esiste il caso della Corea del Sud, con la sua uscita sanitaria diversa, con un uso pervasivo ed efficace dei dati generati dai cellulari, con l’intervento immediato delle forze sanitarie attraverso il tampone e delle forze dell’ordine che stringono all’istante la morsa su nuovi, anche minuscoli, focolai. È un’altra strada, e non abbiamo forse tutti gli elementi per valutare la congruità di questo sistema con il nostro.

Nel resto del mondo il sistema praticato è quello del lockdown: un sistema generalista, massificato, standardizzato. Tutti a casa. E la produzione fuori. Non è esatto: parte dell’attività che manda avanti i paesi anche in questi giorni è svolta da casa. Servizi essenziali come la scuola e l’università. Anche per questo il lockdown è stato un azzardo: non sapevamo affatto se il trasferimento in modalità digitale connessa sarebbe stato possibile ed efficace. Diciamo che anche questo secondo azzardo ha funzionato: con tutti i suoi limiti, la teledidattica ha tenuto in piedi scuole e università. Non è il momento, io credo, di polemiche sul superamento della lezione in presenza fisica o sulla necessità di potervi tornare al più presto. Accontentiamoci di verificare che la teledidattica ha consentito di mantenere attiva la didattica per centinaia di migliaia di studenti, e che riunioni operative, pur con tutti i loro disturbi, si sono potute tenere in tele-conferenza. 

Se volevamo sapere se Homo sapiens avrebbe potuto sopperire in qualche modo alle relazioni “educative” davanti all’impossibilità fisica, ora lo sappiamo. Si sta facendo e si è già fatto un piccolo salto, in questo senso, anche se sarà il caso di porsi il problema di come affiancare alle piattaforme digitali generate da aziende orientate unicamente al profitto attraverso spremitura di dati altre esperienze frutto di un mondo accademicamente cooperativo. Anche questo aspetto del problema per ora è congelato, mentre si tele-lavora parecchie ore al giorno da casa. 

Siamo, per ora, collocati qui, in questa scansione. 

Restano, ad aleggiare intorno a noi, diversi fantasmi.

Tutti quelli che hanno spinto alla riflessione di Domenico Secondulfo, che aiutano a declinare come l’immaginario abbia riattivato, nella repentinità del processo di tentato rallentamento del contagio, temi antichi e per certi aspetti ancestrali. Questo può spiegare lo sbalordimento collettivo mischiato con la paura, emozioni che si immergono in un passato epidemiologico dell’umanità che è stato affrontato per secoli più con devozione religiosa che con gli apparati della scienza. Potremmo dire che siamo immersi in un doppio immaginario: il primo, dal passato, ci dice che le pandemie sono invincibili ma poi decidono per imperscrutabili motivi di cessare, e un altro immaginario, più recente, che ci parla di studi sistematici per capire la malattia e poi per annullarla con i vaccini. Un immaginario – quello della modernità – che ha volte ci ha saturato, quasi fosse una nuova religione, e che ora è costretto a cedere il passo a una scienza intesa come un sistema complesso di relazioni e di indirizzi di ricerca fortemente sensibile alle perturbazioni del sistema sociale ed economico in cui è inserito. 

Fabio D’Andrea auspica che il Covid-19 possa rappresentare la leva per una consapevolezza di massa per un cambiamento di paradigma scientifico, e penso che tutti possiamo concordare. Infatti il tema non è “ottimisti o pessimisti” sull’uscita dalla pandemia, ma come cambiamo nella pandemia, situazione di emergenza che, per ora, ci cellularizza consentendoci solo relazioni domestiche e on line e ci destabilizza per le prevedibili conseguenze sul sistema economico nazionale e globale, ma che allo stesso tempo ci spinge al contatto e allo scambio di idee prolungato. Tutti noi sappiamo che le riflessioni di oggi potranno sembrare vecchie già domani, ma così facendo dichiariamo che ci è indispensabile tessere la nostra rete di osservazioni provvisorie. È una terapia antica: si chiama socialità. Per noi sociologi, è sinonimo di socializzazione, perché la consapevolezza e la lucidità di cui abbiamo bisogno non possono venire da un solo geniale articolo o da un solo brillante saggio, ma da una serie di frammenti da cui derivare – auspicabilmente – un frame comune. Più tardi ci sarà forse chi scriverà meglio e con parole più efficaci, ma intanto ciò che serve è tessere la nostra tela comune.      

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