Non sarà più come prima. La nemesi del rimosso e il mondo che verrà

di Valentina Grassi

Una delle suggestive formule maffesoliane mi aiuta a iniziare un discorso che certo non è dei più semplici. La formula è questa: “la fine di un mondo non è la fine del mondo”. 

Ebbene, non siamo ancora all’Apocalisse e forse non saremo noi né saranno i nostri discendenti a conoscere la fine del mondo. Siamo però alla fine di un mondo, e c’è chi lo sta dicendo da tempo. La fine di un regime immaginale, l’esaurimento di un bacino semantico, il vacillare di una cultura dominante a causa di un “male” che si autoalimenta al suo interno è quello che, secondo me, sta rappresentando la fase della pandemia covid-19, se vogliamo adottare la prospettiva della sociologia del profondo. Ed è una fine difficile e dolorosa. 

Cercherò di andare per gradi. Primo elemento di questa riflessione, la natura immaginale del simbolo del virus. Come hanno scritto altri prima di me, proprio in questo blog, il virus è un simbolo prettamente notturno, per usare la classificazione durandiana dell’immaginario, è uno di quei simboli che coagula molti degli aspetti confusivi, dell’indistinzione, propri delle strutture mistiche del regime notturno. È ubiquitario, è mutante, non è prettamente un essere vivente ma vive dentro le cellule degli esseri viventi (ed è costituito da molecole di DNA), è un parassita obbligato, è invisibile ma produce effetti visibili. Insomma, è al confine tra la vita e la morte. Ma dobbiamo essere chiari su un punto: i virus superano di gran lunga il numero di tutte le entità biologiche presenti sulla Terra messe insieme

Si arriva quindi al secondo elemento della riflessione, la natura immaginale della narrazione mitologica dell’invasione. Probabilmente i virus esistono fin dalla nascita delle prime cellule viventi, sono tantissimi (un numero smisurato) e praticamente “colonizzano” la Terra ben di più di tutte le altre entità biologiche, eppure la nostra specie, quella degli esseri umani, si sente invasa, attaccata, defraudata, vilipesa e violentata nella sua supposta supremazia. A conferma dell’ormai celeberrimo teorema di Thomas (“ciò che viene creduto reale sarà reale nelle sue conseguenze”), l’uomo si considera il dominatore incontrastato di tutto l’eco-sistema Terra, che sfrutta a suo uso e consumo, e qualsiasi rottura dell’equilibrio dicotomico tra dominatori e dominati diventa una guerra. Diciamolo con semplicità: la prendiamo sul personale. Nella eterna dialettica tra invasori e invasi, dimentichiamo spesso che potremmo essere noi gli invasori, salvo poi non avere l’intelligenza sufficiente a conservare e mantenere il Regno, a prendercene cura. I virus sono di più e sono ben più antichi di noi: dovremmo forse considerare questo aspetto, non pensandoli come vittime per carità, ma come una “popolazione” molto anziana nel nostro Pianeta, questo sì, con la quale abbiamo convissuto, conviviamo e dovremo convivere. Creando i nostri vaccini, che tutto sommato sono un modo “salutare” di imparare a conviverci (con buona pace dei no-vax). 

Ed ecco il terzo punto: la natura immaginale dell’aspirazione umana all’onnipotenza. La limitatezza di tutti gli esseri viventi, di tutte le entità biologiche, per non parlare ovviamente della limitatezza di tutti gli oggetti inanimati, è una questione sostanziale, la consapevolezza della quale permette di condurre la propria esistenzaappieno. Anche i virus sono limitati, questo è chiaro. Lo sono persino più di altre entità biologiche, perché hanno bisogno di cellule viventi per sopravvivere e riprodursi; non solo, pare che con un semplice sapone sgrassante si possa distruggere lo strato lipidico che “protegge” il virus, facendolo così “morire” con un’accurata lavata di mani. Noi esseri umani no, noi abbiamo un corpo davvero resistente, se pensiamo al suo meraviglioso quanto misterioso equilibrio metabolico. Eppure, oggi arriva un virus “cinese” qualsiasi, il covid-19, e comincia a fare morti. Mah.

Ho affrontato tre punti, che non vogliono essere né esclusivi né esaustivi rispetto a una riflessione sull’immaginario che è, per sua stessa natura, complessa. Vorrei passare ora dalla riflessione sparsa al tentativo di una sintesi interpretativa, che dal mio punto di vista ha a che fare con la rimozione da parte della coscienza collettiva della parte maledetta – inconscia – e con la conseguente riemersione virale e dolorosa del rimosso; ciò con effetti di accelerazione esponenziale del mutamento sociale, che tende alla messa in discussione, senza mai compierla del tutto, della visione del mondo, diciamo così, dominante

Alla base di quello che la psicanalisi definisce il refoulé c’è quanto in noi e di noi non accettiamo, a cui non pensiamo perché troppo doloroso, che è troppo sconvolgente da far riemergere. In definitiva, non ne siamo consci, anche se nel profondo lavora e produce effetti nella superficie. Anche qui devo riprendere una delle formule maffesoliane, alle quali ormai mi rendo conto di essere sempre più debitrice: la profondità sta nella superficie. Ebbene, la pandemia del nostro tempo scoperchia il vaso di Pandora e il rimosso è lì pronto a uscire allo scoperto, che non ne poteva più di stare al buio. Tra le tante istanze della coscienza collettiva che fanno parte del rimosso sociale, dal mio punto di vista, c’è l’orrore della contaminazione, in quella antica e costante negazione del corpo e della sua complessità a favore della dicotomia oppositiva puro/impuro: laddove la purezza è ovviamente propria della mente (il grande errore di Cartesio…) e viene tradotta in vario modo per esempio nella purezza della razza o nel terrore di essere contaminati dai migranti o da altri portatori di diversità varie – che prima o poi, quando li avremo confinati tutti, non ci sarà più nessuno a protestare, come nelle terribili quanto decisive parole di Brecht. 

Nel rimosso che riemerge, in tempo di pandemia, credo ci sia anche una componente legata alla resistenza al caos opposta dai poteri forti, più o meno occulti, che si manifesta nella “guerra” diurna ed eroica, sempre per rimanere nelle strutture antropologiche dell’immaginario, combattuta contro il barbaro invasore – il virus – con le armi del controllo autoritario da istituzioni totali foucaultiane. Come a dire: quello ci uccide e noi lo debelliamo a forza di costrizioni al “distanziamento”. Su un punto vorrei essere chiara: da non esperta in materia, credo umilmente che il covid-19 sia un virus aggressivo, potenzialmente mortale, e che probabilmente le scelte politiche di distanziamento sociale “di massa” siano state, nelle condizioni in cui ci troviamo, quanto mai prudenti e responsabili. Ma questo non toglie che le radici immaginali del comportamento e del vissuto sociali agiscano fortemente su tali scelte.  

Infine, vorrei passare dalla dimensione simbolica e dal ruolo del rimosso al mondo che verrà. Il genere umano ha creduto di essere una specie eletta: non lo è. L’uomo moderno aspirava all’onnipotenza: non solo non l’ha raggiunta, ma si trova oggi nella condizione di potersi autodistruggere completamente con grande “facilità”. La struttura economica e sociale del capitalismo, che come afferma l’amico e collega Pier Luca Marzo si auto-configura come un immaginario neutro – quindi tanto più pervasivo quanto meno si fa riconoscere come ideologia culturalmente costruita – è resiliente, strategica, tattica, forse immortale, ma fragilissima nel rispondere alle questioni profonde, che coinvolgono tutta la stra-ordinaria complessità del cosmo. 

Oggi la pandemia covid-19 ha fermato per qualche tempo la corsa sfrenata del mercato dei due paesi con il più alto PIL del mondo, Stati Uniti e Cina, che sono anche, per inciso, quelli più inquinanti per emissioni di CO2. Con effetti in tutto il resto del mondo, ovviamente, in piena e matura globalizzazione economica, finanziaria, politica, culturale, sociale e chi più ne ha più ne metta. Insomma, davvero il mondo non si poteva fermare nemmeno un secondo? No, non era vero. Lo ha (provvisoriamente) fermato un virus che è solo uno dei tanti parassiti che popolano il Pianeta, dei quali, guarda un po’, facciamo parte anche noi esseri umani. Ma forse qualcosa noi ce l’abbiamo in più, e nei suoi interessantissimi incontri pubblici Damasio, il famoso neuroscienziato, lo dice chiaramente: abbiamo la coscienza. Ed è così complessa che non solo non siamo in grado di riprodurla neanche con la più raffinata tecnologia, ma abbiamo solo una pallidissima idea di come funzioni. 

Non mi piace chiudere con facili ottimismi, né con forzose prospettive apocalittiche. Credo che il mondo che verrà potrà invertire un po’ la rotta se, e solo se, prenderà coscienza di sé, fino alla profondità che alberga nell’in-conscio. E di questo noi, come soggetto collettivo, ne abbiamo piena responsabilità. Per il resto, riprendendo la bella formula dell’amico e collega Michaël V. Dandrieux, a noi soggetti soli, spaesati e confinati, credo faccia bene pensare che “tutto ciò che è inevitabile va preso con gioia”. 

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