Mille e non più mille. L’immaginario del Corona virus

Appunti di Domenico Secondulfo

Il titolo medievalista è stato scelto di proposito nel suo richiamo apocalittico, perché da almeno un secolo non attraversavano l’Europa pestilenze o epidemie cui la scienza e la tecnologia non sapessero rapidamente mettere fine, detronizzandole dal rango di pestilenza a quello più modesto di malattia. Per l’attuale pandemia di corona virus pare invece che questo sia difficile da ottenere, ed è la pandemia, invece,  ad aspirare al rango di pestilenza. Il titolo medievale è stato anche scelto per sottolineare l’importanza della dimensione immaginaria, nell’anno 1000 praticamente nessuno degli abitanti dell’Europa sapeva di essere nell’anno 1000, fu successivamente, nel nostro immaginario, che creammo non soltanto l’idea di medioevo ma anche quella di anno 1000 come limite assoluto, come anno dell’apocalisse. Fu qualcosa di successivo, che vive soltanto nel nostro immaginario e non in quello dell’epoca cui si riferisce. Anche nella situazione attuale (benché tutti noi siamo perfettamente consapevoli di vivere nell’anno 2020, anno bisestile oltretutto, tanto per iniziare a creare legami con universi di significato ben consolidati, anche se razionalmente negati, nell’immaginario condiviso) la definizione di cosa stiamo vivendo è generata dal nostro immaginario e si riflette sulla realtà; per l’appunto definendola e dandoci quindi indicazioni su come agire in essa. L’immaginario che si sta sviluppando attorno all’attuale pandemia, e che costituisce la narrazione in base alla quale noi la interpretiamo e ci relazioniamo ad essa, può essere visto come un ipertesto generato dalla intersezione e dall’innesto di vari universi di significato, attualmente disponibili nel patrimonio collettivo dell’Occidente, sfere immaginali consolidate nella nostra cultura condivisa che intervengono in modo sinergico ma specifico, nel momento attuale, innestandosi in una o nell’altra nel generare la narrazione che stiamo vivendo. 

Mille e non più mille. L’immaginario apocalittico pestilenziale è sicuramente il più semplice da evocare. Come dicevo poc’anzi, il fatto che questa volta la scienza, pilastro fondamentale della nostra attuale narrazione del mondo, fatichi a trovare velocemente rimedi, mantiene la pandemia più nel recinto della pestilenza che in quello della malattia. E questo è purtroppo evidente guardando come la stampa e i media hanno trattato e stanno trattando l’attuale epidemia, il conto quotidiano dei morti e degli infettati, l’inadeguatezza delle risposte della scienza e dell’organizzazione di cura, gli interventi di “salute pubblica”. Ed è evidente, a mio parere, se guardiamo le cifre, alte ed in veloce crescita, ma non come altre malattie infettive che si sono diffuse in Europa ma recentemente; la differenza, è che in questo caso non c’è una risposta definitiva da parte della scienza e quindi, privi della nostra arma definitiva, la scienza appunto, ci ritroviamo inermi alla mercé degli eventi, naturali o divini che siano.

– La minaccia invisibile. Un secondo filone di immaginario che s’innesta nella narrazione attuale è relativo alla differenza tra visibile e invisibile, ed in particolare tra le minacce visibili e quelle invisibili. Nella società dei lumi non c’è niente di peggio di ciò che invisibile, evoca immaginari legati al tradimento e manda in cortocircuito una società che ha fatto del dominio dello sguardo e della trasparenza del mondo il fondamento ed il proprio mito costitutivi. Il fatto che per la scienza il virus non sia proprio invisibile non consola la vita quotidiana, dal momento che la scienza, pur vedendolo, non riesce a sconfiggerlo, di chi si sente potenzialmente vulnerabile da una minaccia e da una direzione che non può in nessun modo prevedere, sensazione  confermata dalla letteratura mediatica sulle forme di prevenzione del contagio. Queste non soltanto spesso sono contraddittorie, ma soprattutto tutti noi seguiamo alcune forme di prevenzione anche se ci viene detto che non sono risolutive, come ad esempio l’uso delle mascherine che, a quanto pare dalla letteratura, molto spesso non sono efficaci per come sono costruite, altrettanto spesso non sono efficaci per la natura stessa del virus; ciononostante che facciamo tutti uso poiché rappresentano la protezione degli orifizi, forse più simbolica che reale, rispetto alla minaccia invisibile ed imprevedibile. Gli orifizi, sia corporei che sociali, un altro segmento antico e sensibile degli universi immaginari della nostra società. L’invisibile costituisce inoltre un immaginale limitrofo agli immaginali legati alla magia e alla stregoneria. Contro l’invisibile si ricorre all’immaginario (che vedremo poi) della scienza, del potere dello sguardo nel dominare la realtà, e sono i numeri delle statistiche e delle liturgiche conte di contagiati e decessi a dare l’impressione di governare il fenomeno, a trasformare l’invisibile in visibile, il nascosto in manifesto, a dare la illusione di controllare il fenomeno. Il numero, pilastro del nostro mondo, in sé ed al di là di cosa effettivamente possa, fenomenologicamente, significare in un determinato momento.

– Contaminazione. Sull’immaginario della pestilenza si innesta, obbligatoriamente, quello della contaminazione, reso ancora più minaccioso  dalla invisibilità della minaccia. Anziché il tradizionale ricorso al fuoco purificatore, ci si affida a disinfettanti vari e, soprattutto, si limitano i contatti con qualsiasi cosa, dagli umani agli oggetti, non senza giudizi morali su chi si sottrae alla recinzione dei contatti, come, ad esempio, chi vuole andare in giro o chi non usa maschere o altri distanziatori e sterilizzatori relazionali.

– La punizione. Penitenziàrgite. Non c’è pestilenza che per un motivo non venga. Terzo filone, l’immaginario catastrofista, in cui non c’è disgrazia abbastanza grande che non possa essere peggiorata con un po’ di sensi di colpa. Un immaginario senza confini di tempo e spazio, dalle posizioni delle varie religioni, a partire dalla narrazione, ad esempio, del diluvio universale, a quella della filmografia catastrofista attuale. Qualsiasi cosa accada è sempre una qualche colpa umana che l’ha provocata e che deve essere espiata, per cui la catastrofe, per quanto terribile, ha anche un suo fondo di giustizia e stimola comunque l’individuazione dei colpevoli sanzionati i quali l’ira dovrebbe placarsi. Nel tentativo disperato di dare senso al mondo e di mantenerlo antropocentricamente fondato, siamo disposti anche a considerarci cattivi e degni di punizione pur che ciò che accade sia incluso nella nostra narrazione ed abbia noi al centro, anche se come cattivi da punire. Ad esempio, una linea di immaginario che caratterizza l’epidemia come punizione è quella ecologista, soprattutto nella sua parte di personificazione della terra (Gea) che con la pandemia regola un po’ di parassiti particolarmente molesti (noi). Spulciando on line ho letto di qualcuno che sosteneva si trattasse della punizione della Madonna, e ne era certo in quando il virus aveva la corona. Siano essi gli untori, le streghe, la tribù limitrofa, i cinesi, i laboratori segreti della guerra biologica ecc. Il che naturalmente non significa che qualche responsabilità non ci possa essere stata e non ci sia, ma in questi casi la responsabilità prende sovente la caratura della colpa che deve essere sacralmente espiata per placare la punizione che colpisce tutti, per convincere l’Arcangelo a rinfoderare la spada, o Apollo a riporre l’arco.

– La scienza. Al centro della mitologia che regge il nostro mondo, la scienza è il pilastro della nostra narrazione, la mano che tutto regge e che tutto piega al nostro volere. E dalla scienza accettiamo tutto, basta che mostri di agire, anche se produce risultati contraddittori siamo certi che, alla fine, trionferà. Quando lo scudo della scienza è lento a levarsi siamo nudi ed impotenti. La fede nel risultato resta, ma nel frattempo la minaccia ci lascia nudi e non siamo abituati a non risolvere velocemente la situazioni a colpi di scienza e tecnologia. Nel frattempo, come dicevo, la spiacevole realtà viene esorcizzata depurandola il più possibile col linguaggio della scienza, per cui la statistica del contagio ci offre un’ancora di salvezza, la sensazione di avere contezza di quanto accade e, quindi, non esserne del tutto alla mercé.

Guerra (sacrificio, eroe, capo). Il nemico e lo scontro sono due sfere immaginali presenti da millenni nella nostra cultura. Essenzialmente hanno la funzione di sottomettere l’individuo al gruppo e alla collettività, e di favorire la integrazione e coesione del gruppo grazie all’individuazione del nemico comune. Quando il nemico è invisibile e inafferrabile, la guerra è ovunque e particolarmente cruenta. Nell’immaginario legato alla guerra è inclusa la figura del capo, assoluto o quasi, il cui potere è giustificato dalla guerra stessa e dal pericolo della sconfitta, con rovina generale; per cui è interesse di tutta la comunità che il potere del capo sia forte e assoluto. Il che si innesta sull’immaginario legato alla democrazia, di cui parleremo tra poco. 

Sacrificio. Intimamente legato alla guerra è l’immaginario del sacrificio, elemento essenziale della sottomissione dell’individuo al gruppo. E’ l’immaginario, assieme a quello consustanziale dell’eroe, che ha da sempre convinto soprattutto i maschi dei vari gruppi sociali a morire per interessi non direttamente propri. Il binomio sacrificio/eroe è tipico della propaganda di guerra e costitutivo del livello mitologico della narrazione che ne viene costruita. Ancora una volta la propaganda di guerra e le ricostruzioni a posteriori ne sono un ottimo esempio. Il binomio eroe/sacrificio, inoltre, è un binomio che opera nella definizione negativa di chi non vuole sacrificarsi per il bene del gruppo, e genera una forte pressione e pesanti sanzioni. Questo combinato disposto simbolico è uno dei meccanismi sociali che i gruppi hanno sempre utilizzato per convincere i propri membri, ed in particolare i maschi, a morire.

– Capo. Ne abbiamo già parlato, fa parte dell’immaginario della guerra e contrasta con quello legato alla democrazia e alla libertà individuale.

Libertà. Si innesta nel sovra insieme governato dalla guerra, non necessariamente è in antitesi (guerra per la libertà). Si collega al concetto di democrazia, in opposizione a quello di capo (dittatura). L’equilibrio tra i due immaginari (libertà e capo) è influenzato dal peso che gli universi di significato legati alla minaccia hanno nella narrazione che definisce quella particolare realtà.

Malattia/salute. Immaginale collegato, naturalmente, alla epidemia, ma in questa chiave si gonfia dei significati derivanti dalla sfera legata alla pestilenza e trascende il significato che ha normalmente.

Nuovo/vecchio. Non poteva mancare, infine, l’innesto di una delle dimensioni immaginali cardine della nostra epoca, la contrapposizione nuovo/vecchio, che sta a vita/morte, con l’abbandono del vecchio, che anche la pestilenza indica come negativo, eliminandolo, ed aprendo spazi al nuovo, spazi immeritatamente occupati dal vecchio e quindi sottratti alla “naturale” spinta in avanti delle cose e della vita.

Va notato che i simboli positivi sono solitamente diurni e quelli negativi notturni

Una risposta a “Mille e non più mille. L’immaginario del Corona virus”

  1. Bella e utile riflessione grazie Lo spazio dell’immaginario dovrebbe aprirsi anche alle previsioni e alle preveggenze da quelle dei profeti a quelle dei sociologi ,degli storicie degli economisti ma anche. Alle anticipazioni della letteratura e del cinema.Come dimostrò Jules Verne la fantasia anticipa la realtà.Inoltre rileggere il Manzoni dei capitoli 32/36 deiPromessi Sposi. Permette di scoprire uno straordinario sociologo (inconsapevole)della folla ,per non dire di Camus che tratteggia tipologie umane universali e contemporanee ne La Peste.Non dimentichiamo poi la creatività scatenata dalla peste di Firenze ed espressa nel Decamerone.Piu’ dei. Concerti in finestra!!

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