Il mito della razza: una lettura immaginale di uno dei grandi miti della modernità

by Valentina Grassi

 

È idea corrente a livello dell’opinione pubblica che in questa fase socio-politica delle vicende italiane ci sia in gioco quel grande mostro, che è richiamato in modo dispregiativo, che è il razzismo. Quello di “razza”, come concetto scientifico, è stato chiaramente smentito dalla teoria evoluzionistica di Darwin: non c’è alcun collegamento necessario, “naturale”, tra caratteristiche genetiche e caratteristiche sociali o culturali o caratteriali degli esseri umani. Il razzismo ha avuto tuttavia una grande fortuna culturale e politica, tanto da attraversare, come corrente profonda, tutto il Ventesimo secolo e probabilmente è arrivato a noi in grandissima salute.

Da dove possiamo partire per cercare di comprendere la natura immaginaledi questo grande mito? Ci aiuta Ferrarotti, che nel libro La convivenza delle culture: un’alternativa alla logica degli opposti fondamentalismi, uscito nel 2003, ricorda come le origini della teoria – e quindi del mito – del razzismo siano da far risalire al Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane, del francese Arthur De Gobineau, uscito alla metà dell’Ottocento (1853-1855). Visto che siamo sull’onda di polemiche attuali, ebbene sì, il razzismo nasce in Francia e arriva in Germania, dove viene sacralizzato dal Mein Kampf di Adolf Hitler, che esce nel 1925.

Cosa si sostiene, in breve, nel Saggiodi De Gobineau? Che la “razza ariana” (la “razza bianca”) è una razza superiore, che ha il monopolio “della bellezza, dell’intelligenza e della forza”, che le grandi civiltà che sono esistite sono state sempre guidate dalla razza ariana e che la causa di morte delle civiltà è il mescolamento con altre razze.

Certamente il discorso di De Gobineau è molto più articolato, ma in questa sede vorrei limitarmi a lanciare alcuni spunti di riflessione sull’immaginario della purezza della razzautilizzando la magnificente opera di Gilbert Durand, uscita nel 1960 e intitolata Le strutture antropologiche dell’immaginario.

Innanzitutto, Durand distingue i prodotti dell’immaginazione, quindi l’immaginario, in due grandi regimi: il regime diurno e il regime notturno. Se il primo è il regime della luce, l’altro è il regime dell’oscurità. Come non trovare delle similitudini, compiendo un’analisi di sociologia del profondo, tra il mito della “razza bianca”, “chiara” e “illuminata dalla Ragione”, e il regime diurno? E come non trovare delle similitudini tra la “razza nera”, quella che vive “senza la luce dell’Intelligenza”, e il regime notturno dell’immaginazione?

Inoltre, al regime diurno dell’immaginazione, Durand associa le strutture schizomorfe, che hanno la forma della separazione: sono strutture eroiche, che tendono a dividere il bene dal male, dove la luce illumina il cammino verso il bene. Ecco, la razza bianca è proprio quella che, per De Gobineu, è portatrice del bene, ed è l’unica che può condurre eroicamente (con la forza) verso la civiltà.

Al regime notturno, invece, Durand associa le strutture sintetiche, che mettono insieme gli opposti, e le strutture mistiche, che tendono verso la profondità. Ed ecco che qui entra in gioco l’altra grande componente del mito della razza: la simbologia della purezza. Nel momento in cui si parla del mescolamento (il mélange) come imbarbarimento, entra in gioco la lotta, prettamente diurna, contro il regime notturno dell’immagine, che è sintetico, tende quindi alla congiunzione. E viene rifiutata ovviamente anche la componente mistica, quella più profonda, alla quale Durand associa l’acquacome uno dei simboli semanticamente più forti (si pensi per esempio al liquido amniotico come simbolo della connotazione mistica del ventre materno). Ebbene, la nostra epoca, che vede le grandi migrazioni nel Mediterraneo come viaggi di popolazioni nere nel mare, è fortemente connotata in termini oppositivi rispetto a un immaginario polarizzato verso il regime notturno delle immagini, quel regime oscuro, che suscita la paura della confusione. E infine, il sangue. Ancora, un simbolo fortemente mistico, portatore di una valenza semantica di grandissimo impatto inconscio. Se il sangue, quindi la sorgente mistica stessa dell’uomo, si mescola, quindi diventa impuro, viene minacciata la radice più profonda dell’essere.

Dal momento che tutte le produzioni dell’immaginario, simboli, miti, riti, fondano la loro semanticità sulla coincidenza degli opposti, sulla logica dell’et et, tutto il discorso che qui si è cercato di abbozzare va preso non certo nella sua schematicità euristica ma nella sua tensione verso la complessità semantica. E ci si augura che questo aiuti.


 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *