Covid-19: un fatto sociale totalitario. L’immaginario dell’homo simplex e i suoi effetti di realtà zootecnici

di Pier Luca Marzo

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Quando contempliamo un paesaggio non vediamo la natura, ma la sua immagine. Lo stesso accade quando un evento luttuoso porta la morte nel nostro paesaggio interno. L’immagine è anche ciò che erotizza chi amiamo e ci fa odiare un nemico, oppure desiderare un oggetto. Essa è contenuta anche nei paradigmi che orientano la scienza verso la verità e, ovviamente, nelle forme religiose che osservano l’invisibile. Non basterebbe una vita per completare l’elenco delle immagini che sostanziano la nostra esistenza, così come accade quando vediamo un paesaggio. L’immagine è il fantasma della mente che, in virtù della sua inconsistenza, attraversa il muro che ci separa dal mondo riportandolo in noi sotto forma di un’esperienza carnale, di una risonanza emozionale, di una conoscenza, di una memoria, di una realtà. 

Cosa accade a questa circolazione fantasmatica se tramescola con quella virale del Covid-19? Quale immagine del mondo si sostanzia in noi? Cosa cambia se a riprodurla è la mente connettiva del digitale? E quali effetti di realtà produce? 

Sono queste le domande che hanno portato chi scrive, uno scienziato che ricerca i fantasmi sociali, a dare forma testuale a una visione possibile di un fatto che non è solo di natura organica. Gli errori accumulati da questo intento sono visibili nell’articolo che segue; errori per eccesso – poiché oltrepassa il format di un Blog – e per difetto – non raggiungendo gli standard necessari per renderlo scientifico.

Per attenuare questa serie di difetti, l’articolo è diviso in tre parti: nella prima, si delimita il fenomeno pandemico in una certa visione di superficie; nella seconda, si individua un ordine della visione attraverso il punto di vista delle scienze sociali; a partire da questo punto, nella terza parte, si traccia una linea ipotetica per cercare di dare una profondità alla visione di superficie. Superficie, punto e linea sono le parole chiave che articolano i tre paragrafi di un’analisi allo stato nascente ed è orientata, nonostante gli errori, a riguadagnare un’immagine comprendente del paesaggio pandemico che, in poche settimane, ha ricostruito le nostre realtà. 

I. Superficie. La visione dello Stato di natura

Da tempo si invocava un ritorno alla natura, ora siamo nel suo eccezionale Stato di natura pandemico. L’OMS lo ha istituito l’11 marzo scorso. Al suo interno è in atto una purificazione generalizzata protratta ben oltre lo strato epidermico.

De-concentrati nello spazio vitale domestico, ciascuno a suo modo è impegnato in una disciplinata esfoliazione ascetica che, se pur dolorosamente, sta liberando lo spirito dalle pelli culturali superflue: forme di credenze (religiose e/o laiche), appartenenze geo-culturali, mondi linguistici, scelte di genere, gusti estetici, visioni politiche, fedi e attività sportive, stili di consumo, filosofie di vita, attivismo sociale, ecc. 

Fino a qualche settimana fa, o forse un’epoca fa, queste membrane artificiali ri-velavano le nostre esistenze dividendoci l’un l’altro in una semiosi identitaria infinita. L’avvento del Covid-19 ha penetrato e decomposto queste stratificazioni umane, troppo umane, dis-velandoci il segreto ultimo dell’identità di specie: ecce homo!

Nello Stato di natura pandemico non siamo cittadini del mondo, come diceva la classe agiata nella belle époque della mondializzazione, ma una sola classe zoologica: homo sapiens sapiens.

L’ominide, acme del processo evolutivo, non aveva ancora la coscienza d’essere una classe zoologica per sé per uscire dal torpore dei paradisi artificiali dell’umanesimo, lì dove prima deambulavamo in ordine sparso come classe zoologica in sé. L’ironia della sorte ha voluto che, dopo 300 mila anni, sia stato un quasi-essere venuto dai confini della vita a illuminargli la coscienza. L’espressione quasi-essere non è di chi scrive, purtroppo, ma dei biologi. Nei lavori scientifici più speculativi 1[EP Rybicki, The classification of organisms at the edge of life, or problems with virus systematics, in South African Journal of Science, vol. 86, 1990.], sono loro che pongono la domanda se i virus – essendo privi di struttura cellulare e di metabolismo – siano o meno delle forme di vita o, piuttosto, strutture organiche che interagiscono parassitariamente con gli organismi viventi: essere o non essere, questo è il problema!

Nonostante il dilemma di classificazione esistenziale, il Covid-19 circola tra di noi nella semplicità della sua corona di glicoproteine portandoci il dono avvelenato dell’unità di specie e prendendosi, come contro dono, le nostre cellule senza le quali non potrebbe replicarsi, essere come noi. Anche nel corpo sociale, d’altronde, il dono veicola sempre una certa dose di veleno che diventa, inevitabilmente, letale quando il donatore è un virus (lat. virus, veleno) che circola nei nostri corpi.

L’arte di governo della Stato di natura, pertanto, si esercita attraverso una guerra di immunizzazione mondiale per contenere l’avvelenamento da Covid-19, i toni retorici dei leader nazionali ne sono i rivelatori semantici: Conte “Tutti insieme per sconfiggere il nemico invisibile”2[La Repubblica online, 17 marzo 2020.]; Coronavirus, Macron: “La Francia è in guerra, il nemico è invisibile ma avanza”3[La Repubblica online, 17 marzo 2020.]. Sono questi leader retorici in cerca di carisma che dirigono, più o meno bene, le operazioni nel teatro bellico di propria competenza, mobilitando forze armate e i reparti speciali dei saperi esperti provenienti, per lo più, dalle teste di cuoio delle scienze dure: epidemiologi, virologi, matematici, statistici, informatici, ecc. Come è giusto che sia, sono i più sapienti tra i sapiens a decidere la verità sullo stato di eccezione pandemico orientando l’arte della guerra globale sul fronte dei nostri corpi. Anche nello Stato di natura, dunque, sapere e potere si alleano prendendosi cura della vita pubblica e privata per difenderla dalla colonizzazione virale. Per raggiungere questo fine curativo, i sapienti dello Stato di natura sono impegnati a produrre delle cartografie per leggere gli spostamenti del nemico di specie numero uno chiamato Covid-19. Mappe numeriche di precisione in costante aggiornamento in cui le legioni del quasi-essere vengono stanate dall’invisibilità e catturate dall’ordine della rappresentazione visuale.

La questione, purtroppo, è che queste visioni belliche di precisione non coincidono tra loro. Un vero e proprio problema che impedisce, al momento, di sapere quanti sapiens abbia contagiato il nemico, le percentuali di letalità provocate dai suoi microrganici attacchi, le percentuali degli asintomatici che fanno da Trojans alle sue truppe e, soprattutto, prevedere gli scenari futuri della guerra. La stessa comunità dei sapienti cartografi, con una certa dose di onestà intellettuale, lamenta la fallacia delle loro mappe addebitandola all’incompletezza dei dati, alla non omogeneità dei metodi di raccolta e di comparazione. Accanto a questo problema quantitativo, si pone poi quello qualitativo. Non c’è una concordia nella conclave dei sapienti sulle interpretazioni da dare alla natura maligna del Covid-19 spaccandosi in due, tra una schiacciante maggioranza che lo ha inquisito come lo sterminatore di massa e una sparuta minoranza che valuta la sua pericolosità poco al di sopra di quella dei virus stagionali. In questa disputa tra sapienti, il potere di fuoco depurativo dello Stato di natura si trova disorientato combattendo alla cieca contro l’invisibile virus che, nel frattempo, ha occupato tutto lo spettro di visibilità mediatica e emozionale della specie. 

Appare chiaro, dunque, come in una tale situazione l’unica certezza sia l’incertezza. In un tale Stato di naturale incertezza, cosa possono dire di più certo le scienze umane e sociali? Niente, verrebbe da rispondere. Come sappiamo sono scienze molli e imprecise, per loro stessa ammissione, e quindi inutilizzabili per le manovre tattico-strategiche contro l’invisibile armata Covid-19. L’unica utilità residua della comunità delle scienze molli, come si può constatare in questi giorni, sembra quella di trasformarsi in assistenti socio-sanitari addetti al lavoro di cura del corpo sociale dai danni collaterali prodotti dalla guerra; diciamola tutta: le scienze umane e sociali nello Stato di natura sono inutili alla causa di vita e di morte che stiamo affrontando, superflue come le pelli da cui ci stiamo liberando per diventare parte della specie. Qualcuno di questa inutile comunità scientifica lo ha anche ammesso scrivendo di sconfitta della sociologia 4[ https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera-la-lettura/20200329/281621012433752.]

È da questa affermazione che vorrei cominciare replicando che la sociologia è nata sconfitta: solo per questo può ancora vincere. Non solo lei, ma tutte le altre scienze dello spirito. Tuttavia, la domanda a questo punto è: vincere cosa? Quello che adesso abbiamo perso mentre si sta cercando di vincere l’invisibile guerra mondiale: la visibilità della complessità di un fatto! 

Una perdita inferta dai decreti d’urgenza dello Stato di natura in cui l’homo – proprio nel momento del suo assembramento planetario di specie e di massimo distanziamento sociale  – sta perdendo il suo statuto sapiens. Uno statuto che non trova codificazione nelle classificazioni naturali, ma nella complessità dell’animalità sapiens espressa da un’istintualità volta a curvare l’immediatezza nella riflessività, la necessità naturale in una possibilità perpetua. Ancor prima della vita e della morte, ciò che è in gioco nell’evento Covid-19 è l’appiattimento di questa curvatura istintuale nello Stato di necessità naturale pandemico. Una dinamica già in atto, e che l’evento pandemico ha solo accelerato rendendo ipervisibile il suo carattere totalitario. Pertanto, mai come oggi, occorre esercitare la nostra animalità per evitare di essere talmente accecati dall’ipervisibilità del Covid-19 da non scorgere che il suo veleno è anche, potenzialmente, un farmaco per riacquistare una vista d’insieme: quella della complessità dello Stato di natura che ci trattiene in cattività.

II. Punto. l’immaginario connettivo del contagio come fatto sociale totalitario

Per portare la mente fuori dalla superficie recintata dallo Stato di natura, mentre i nostri corpi pascolano negli spazi di contenimento domestici e urbani, in questa seconda parte si nutrirà l’istinto della complessità, riassaporando alcune parti inutili e molli delle scienze storico-sociali. Seguendo questa dieta, ecco allora che possiamo muoverci verso un punto di partenza certo: il Covid-19 non è (solo) un fatto, ma è un fatto sociale totale. 

Marcell Mauss, elevando a potenza la nozione durkhemiana di fatto sociale, individuò la categoria di fatto sociale totale analizzando il fenomeno antropologico del dono 5[M. Mauss, Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, Einaudi, Torino 2002.]. L’obbligo di dare, di ricevere e di restituire è un fatto di tale importanza da non poter essere compreso solo nella sfera economica. Il fenomeno del dono, per Mauss, è il perno attorno al quale ruotano, a un tempo e di colpo, un insieme più ampio di istituzioni: religiose, politiche, giuridiche, morali e i fenomeni estetici prodotti da ciascuna di queste istituzioni. Il dono come fatto sociale totale è, dunque, un punto privilegiato da cui poter osservare la vita associata come parte organica di una stessa coscienza collettiva che la anima e la ordina.

La coscienza collettiva è più della somma delle coscienze individuali 6[É. Durkheim, Le forme elementari della vita religiosa. Il sistema totemico in Australia, Mimesis, Milano 2013.], pur essendo un loro prodotto, che ha una esistenza autonoma e regolativa della vita associata in base a un determinato immaginario sociale fatto di credenze magico-religiose, valori etico-morali, sistemi politico-ideologici e forme di sapere. 

Sono questi universi simbolici che danno vita a un ambiente socio-antropologico in cui gli individui entrano in una sfera di senso spazio-temporale nella quale acquisiscono coscienza e significato degli accadimenti che li circondano, riconducendoli a delle regolarità. Questa sfera socio-ambientale, avvolgendo la vita individuale come quella collettiva, ha inoltre la capacità di rendere invisibile il suo carattere di artificio rendendo, all’opposto, visibile quel mondo in comune che quotidianamente chiamiamo realtà. L’immaginario della coscienza collettiva è, dunque, la matrice che, come scrive il sociologo e filosofo Cornelius Castoriadis 7[C. Castoriadis, L’institution imaginaire de la société, Seul, Paris 1975], istituisce il sociale. Il gruppo di ricerca AIS Immaginario, in cui mi ritrovo a riflettere da qualche anno, è attorno a questo complesso processo istitutivo del sociale che tenta una analisi di profondità dei fenomeni collettivi contemporanei e, recentemente, confluita nel volume curato assieme al collega e amico Luca Mori 8[P. L. Marzo, L. Mori, Le vie sociali dell’immaginario. Per una sociologia del profondo, Mimesis, Milano 2019.]

Seguendo questa prospettiva analitica, ecco allora che anche l’economia avvelenata del dono istituita dal Covid-19 è un fatto sociale totale in cui poter osservare l’immaginario della coscienza collettiva di specie. La certezza di essere dinanzi a un fatto di tale entità credo che sia evidente poiché, per interrompere l’economia virale, assistiamo quotidianamente all’azione reciproca e simultanea delle istituzioni dalla società globale: centri di ricerca scientifici, organizzazioni sovranazionali (OMS, ONU, BCE, ecc.), governi nazionali, sistema di produzione capitalistico e finanziario, agenzie di controllo, piattaforme digitali della rete e quant’altro. Il veleno Covid-19, in tal modo, diventa un liquido di contrasto mondiale che porta a evidenza l’imprecisa cartografia mobile della nostra epoca. 

Da questa mappa di contrasto, ciò che appare è il flusso di una sola coscienza connettiva, composta dal sistema della rete digitale che è più della somma delle coscienze degli utenti. È questa coscienza il sistema nervoso che, nell’attuale stato pandemico, sta ordinando l’agire e il pensiero della specie, sincronizzandolo in uno stesso ordine di tempo. Il fatto sociale totale Covid-19 non potrebbe sussistere fuori da questo tempo extraterrestre che avvolge il pianeta creando l’unità di specie. 

Il virus non solo circola nella cronosfera della coscienza connettiva, ma muta in essa. La semplicità della sua corona di glicoproteine, infatti, viene ri-avvolta nella complessità tecnica delle membrane delle immagini, diventando parte della coscienza connettiva. Covid-19 compie così quel salto evolutivo dalla biosfera alla noosfera dell’immaginario mediale, avvelenandolo sotto forma di bollettini ministeriali di guerra, fake news, tabelle numeriche, teorie cospirative, ironie social, salotti televisivi occupati da medici e politici, spot pubblicitari, futurologi opinionisti su ciò che verrà, notiziari dai toni luttuosi. In questi luoghi infetti della coscienza connettiva, il quasi-essere diventa così un’entità fantasmatica capace di moltiplicare nell’immaginario di specie la sua virulenza e il suo potere epidemico. 

Lo schermo, terminazione elettro-nervosa della coscienza connettiva, è la parete attraverso cui il fantasma virale entra nelle cellule di isolamento domestico, alterando la coscienza individuale di chi le abita secondo una stessa angosciosa frequenza emozionale di massa. Come spiega Elias Canetti, la massa è un insieme di individui che si forma per il capovolgimento del timore di essere toccati per effetto di una scarica, di un evento così dirompente da far cessare le differenze fra i componenti della massa 9[E. Canetti, Massa e potere, Adelphi, Milano 1991.]. La circolazione digitale del Covid-19 è esattamente la scarica che ha capovolto il timore di essere infettati dal contatto in una specie di tele-massa che non si addensa più nello spazio, ma solo nel tempo della connessione. Uno stato psico-connettivo ancestrale che sembra aver ulteriormente ristretto il villaggio globale, rendendolo più simile a quello di una tecno-grotta in cui ci schermiamo per sfuggire al contagio. Così come negli assembramenti dei nostri antenati nelle viscere terrestri di Lascaux, anche nella caverna reticolare sono le immagini audio-visuali-tattili del virus che ci riavvolgono in uno stesso ambiente immaginativo ad alta intensità emozionale. In questa regressione digitale, verso un passato che credevamo essere parte della preistoria sapiens, si prende coscienza dell’illusorietà del mito della caverna platonica e di come il suo sole fosse un’altra specie di abbaglio, un altro immaginario partorito dal sogno della ragione. 

Rigettati nella caverna digitale, dunque, ritorna il potere delle ombre e delle eco dell’immaginario notturno. 

Per Gilbert Durand 10[G. Durand, Le strutture antropologiche dell’immaginario, Dedalo, Bari 1996], la strutture antropologiche dell’immaginario notturno trovano nella grotta – simbolo del ventre materno, della casa, del rifugio, del sepolcro – uno dei suoi luoghi archetipici. Nella rarefazione della luce contenuta nella cavità terrestre, gli opposti si eufemizzano creando uno scambio simbolico tra morte e vita, tenebre e luce, micro e macrocosmo, verità e menzogna, maschile e femminile. L’immaginario notturno si caratterizza in tal modo per essere un regime della ricomposizione attraverso cui gli uomini rispondono all’angoscia della decomposizione della morte, angoscia indotta dall’imprevedibilità dei volti cangianti del tempo.

Nel caso dell’immaginario notturno pandemico, tuttavia, la circolazione simbolica è talmente accelerata da indurre uno stato di alterazione della coscienza connettiva di tipo panico. Nella luce rarefatta degli schermi, il virus-immagine ha così tanto intensificato la vita nervosa del sapiens da esporlo al terrore con-fusivo del suo sé con quello del paesaggio mediale del contagio. Covid-19 diventa così il nome di una stupefacente sostanza psicotropa che ha destituito, come stiamo facendo esperienza in questi giorni di quarantena, la sfera cognitivo-emozionale individuale in un sentimento generalizzato d’angoscia panica. È in questo terreno emozionale che lo Stato di natura radica la legittimità dando vita all’immaginario diurno che articola l’onnipotenza della sua azione di governo. A differenza del regime notturno basato sulla ricomposizione, la polarità diurna dell’immaginario è descritta da Durand come schizomorfa, basata cioè sulla separazione. Lo scettro e la spada sono gli strumenti archetipici di questo immaginario attraverso cui il sovrano e il condottiero esprimono la verticalità del potere che distingue, con freddezza e calcolo, l’avversario dall’alleato e l’amico dal nemico. Il regime diurno, pertanto, risponde all’imprevedibilità del tempo attraverso una volontà geometrizzante di controllo e separazione che lo porta a espellere da sé la parte del sentire e dell’istinto proiettandola, inconsapevolmente, nella mostruosità di chi si oppone ad essa. 

Nel caso dello Stato di natura, l’immaginario diurno si innerva nel processo di immunizzazione del Covid-19. È lui il mostro che si aggira nelle tenebre dell’invisibilità e da cui occorre separarsi combattendolo in ogni angolo del pianeta e dei corpi che lo abitano. Il virus diventa così quel doppio negativo speculare alla mostruosa volontà geometrizzante che ha portato lo Stato di natura a istituire, con calcolo e freddezza, un regime diurno basato sulla scissione tra visibile/invisibile, sano/patologico, sterile/infetto, esterno/interno, utile/inutile, natura/artificio, zôon/politikòn. In ciascuna di queste separazioni immunitarie riecheggia la struttura schizomorfa dell’immaginario che porta l’azione di governo immunitaria a scindersi da ogni sentimento comunitario. Lo Stato di natura è l’espressione, in tal modo, di un regime immaginario totalitario che ha istantaneamente solidificato la modernità – che credevamo essere definitivamente allo stato liquido, se non addirittura a quello gassoso – istituendo una realtà sociale neo-autoritaria: sospensione delle libertà individuali, controllo degli spazi urbani, monitoraggio dell’informazione, limitazione del ruolo parlamentare, chiusura dei confini nazionali, sospensione delle attività produttive, interruzioni delle manifestazioni culturali, violazione delle identità digitali, ecc. Un regime totalitario diurno che, come si diceva, è legittimato dall’angoscia panica che scorre nel regime notturno dell’immaginario connettivo, come si evince nel messaggio virale #IoStoACasa che dal 13 marzo irrompe in rete, in radio e in televisione come un mantra. La storia, d’altronde, ci dice che gli applausi scroscianti delle masse sono stati i paesaggi sonori che hanno accompagnato l’ascesa dei totalitarismi; la noiosa pedagogia delle date dei gradi eventi da ricordare a memoria sembra, purtroppo, che abbia fatto dimenticare l’insegnamento principale della storia, ovvero che il tempo ritorna sempre in una forma irripetibile.

E così, quando gli effetti dello stupefacente Covid-19 finiranno, possiamo essere certi che i sapiens sentiranno salire dagli abissi della realtà quotidiana prodotti dalla guerra immunitaria – in campo lavorativo, produttivo, politico, comunitario, affettivo, relazionale, biografico – uno stato sociale di dolore mai sentito prima. Il modo in cui ci rapporteremo a questo dolore influirà sul processo d’istituzionalizzazione dello Stato di natura poiché esso, con certezza, non finirà con lo scioglimento dello stato d’eccezione pandemico.

III. Linea: la zootecnica dell’homo simplex

Dopo aver posto un punto di vista nella superficie dello Stato di natura pandemico, ora l’istinto della complessità lo prolungherà lungo una linea ipotetica: la guerra immunitaria è un’interfaccia umanitaria in cui homo sapiens e téchne radicalizzano il loro patto, riproducendo nella polis lo stato di necessità della zoé.

La relazione tra uomo e tecnica è radicata in stratificazioni temporali ancor più remote dell’era sapiens;le pietre scheggiate dall’homo habilis 2 milioni d’anni fa ne sono una solida prova. La sfera numinosa del sacro è stata la dimensione antropologica che, dall’alto della sua verticalità, ha infuso un contenuto di senso alle forme di relazione strumentale tra tecnica e uomo; un contenuto trascendentale che le metamorfosi religiose del sacro hanno culturalmente differenziato nel tempo e nello spazio. 

L’evo moderno, tuttavia, interrompe la triangolazione tra sacro-tecnica-uomo. Dalla frantumazione della sfera del monoteismo cristiano – iniziata dal riformismo protestante e calvinista – sgorgò una virulenta guerra di religione che avvelenò i sapiens occidentali trasformandoli in licantropi in lotta l’uno contro l’altro: homo homini lupus. Thomas Hobbes, uno dei più grandi epidemiologi politici del XVII° sec., al fine di interrompere la spirale di morte europea, fondò le categorie immunitarie della politica moderna chiamando in soccorso il Leviatano 11[T. Hobbes, Leviatano, Laterza, Bari 1997]: una mostruosa macchina statuale autoregolata e regolativa dell’ordine sociale. 

Il corpo meccanico dello Stato, sterilizzato da Hobbes da ogni qualità religiosa, dimostrò presto di essere il giusto mezzo per uscire dalla pandemia della violenza che aveva fatto attecchire in Europa lo stato di natura, quel pauroso regime insito nell’animalità degli individui in libertà. 

L’ancestrale relazione tra uomo e tecnica è qui, dunque, che si formalizza in un patto sociale moderno per la vita, e senza più il terzo incomodo: quel Dio virulento ora isolato nell’ambito delle funzioni ecclesiastiche dedite alla cura ascetica delle anime in vista della vita ultraterrena. Al Leviatano, invece, interessa solo il governo assoluto dei corpi per curarli dall’animalità, attraverso ricompensa e punizione, in vista di una sana vita terrena isolata dal virus della violenza. Tuttavia, è la realizzazione di questo fine immunitario che porta lo Stato a riprodurre tecnicamente la violenza naturale nei suoi apparati giuridico-repressivi usati per addomesticare l’uomo lupo in un mansueto componente del gregge politico. Lo stato di natura, dunque, viene introiettato nei confini dello Stato essendo, in fondo, ciò che anima il corpo artificiale del Leviatano, che ne determina la sua ragion d’essere e il suo fine ultimo.

Osservato da questa prospettiva, si comprende come lo Stato di natura pandemico non sia nulla di naturale ma, al contrario, un eccezionale Stato artificiale in cui si sta rinnovando il patto hobbesiano su scala planetaria. Anche ora la specie, come all’alba della modernità, si unisce (pactum unionis) e sottomette (pactum subiectionis) alla natura tecnica del Leviatano per immunizzarsi dal contagio dalla violenza di una entità invisibile come dio. Un patto immunitario che, diversamente da quello moderno, richiede la domesticazione dello zôon politikòn seguendo, quindi, una tecnica rieducativa inversa: quella che porta l’animale politico a essere politicamente trasformato in animale. È in questo patto socialmente regressivo, richiesto dall’urgenza pandemica, che la natura artificiale del Leviatano accelera la metamorfosi verso uno Stato zootecnico. 

Il termine zootecnica o zootecnia [dal francese zootechnie] è stato coniato nel 1834 dal fisico André-Marie Ampère per identificare un nuovo ceppo disciplinare della scienza agronomica. Nata nel contesto del Positivismo, la zootecnica ha avuto sin da subito una vocazione empirica volta a far progredire in termini razionali lo sfruttamento di ovini, bovini, equini e suini. Un fine che viene raggiunto combinando tra loro una serie di saperi disciplinari: biologia, statistica, medicina, meccanica, dalla scienza dell’alimentazione e, naturalmente, da quella economica. La zootecnica, in tal modo, diventa quel campo transdisciplinare in cui entrano in contatto zôon e téchne, arcaico e moderno, rivoluzione agricola e industriale, selezione naturale e economia politica. Le millenarie tecniche di domesticazione, iniziate dal neolitico, vengono mutate dalla zootecnica permettendo al modello produttivo della fabbrica di entrare nella vita animale. 

In armonia con l’evoluzione dei cicli industriali, la zootecnica ha costantemente innovato le fabbriche-fattorie rendendole dei luoghi d’integrazione tra ambienti animali e ambienti digitali regolati dall’ecosistema delle ICT (Information and Communications Technology): robot addetti alla mungitura, droni per l’individuazione di capi bestiame, sensori per la verifica dell’efficienza dei mangimi attraverso l’analisi quotidiana del latte ottenuto, cavigliere dotati di sistemi wireless per controllare l’attività motoria dei bovini, algoritmi di riconoscimento facciale per valutare lo stato di salute dei maiali. Sono i sistemi di cloud computing che, raccogliendo in tempo reale le informazioni rilasciate da questa sensoristica digitale, permettono alle aziende d’allevamento di minimizzare i costi e massimizzare i profitti. 

Lo Stato zootecnico abbatte il recinto della fabbrica-fattoria per elevare il suo sistema digitale di efficientamento della vita ad arte di governo, mostrandoci come gli animali non umani fossero, in realtà, le involontarie avanguardie di un mutamento epocale in atto. In questo nuovo ordine statuale, dunque, il Leviatano riproduce la stato di necessità naturale in un ecosistema zootecnico d’allevamento umano capace di modularsi, grazie alla guerra immunitaria, nei diversi contesti geo-culturali in forme multiple. 

In Cina, ad esempio, la zoopolitica si è mostrata con più purezza, non avendo a che fare con quelle visioni democratiche presenti altrove. Qui, infatti, il Leviatano è diventato un mostro con 200 milioni di occhi elettronici dotati di riconoscimento facciale connessi alla sua intelligenza artificiale, una visuale capace di focalizzarsi in ciascuna unità del suo gregge, composto da più di 1 miliardo e 300 milioni di capi, in modo da tracciarne gli spostamenti negli spazi pubblici, nei negozi, per le strade e nelle piazze, negli aeroporti e nelle stazioni come quella di Pechino; qui, la termottica del Leviatano giunge a rilevare automaticamente la temperature corporea di chi pascola in attesa di un treno e, in caso di febbre, di informare via cellulare i passeggeri che hanno  condiviso con lui il vagone. Anche i droni che ronzano nello spazio aereo di Wuhan danno una veduta a volo d’uccello al Leviatano e anche una voce che, dall’alto, sonorizza le direttive governative per regolare la giusta distanza dei cittadini mente pascolano nel parco urbano dove la pandemia ha avuto inizio. Vi è poi un’altra parte di sistemi di tracciamento non ottici, ricavati dai dati rilasciati dalle carte di credito e dai cellulari, che compongono l’altra metà delle informazioni che confluiscono nel cloud computing, la mente eterea dello Stato zootecnico cinese. 

La Corea del Sud, l’altro modello immunitario di riferimento internazionale, ha implementato il modello zootecnico cinese con un sistema esteso di tamponi su base volontaria, in grado di effettuare fino a 15 mila test al giorno, fatti confluire in un database nazionale che trova nella app Corona 100m la sua interfaccia utente. Il corpo del Leviatano, grazie a questa app, si scompone in milioni di cellule istallate negli smartphones in grado di attivarsi, attraverso un segnale di allerta, quando l’utente entra nel raggio di cento metri da un suo simile infetto. Non solo. L’utente può potenziare l’immunità di gregge usando Corona 100m per segnalare l’untore alle autorità al fine di rintracciarlo e imporre la quarantena obbligatoria, in assenza di diagnosi, alla cerchia sociale con cui è venuto in contatto. 

Accanto agli stati nazione, ci sono poi gli imperi delle multinazionali dell’informatica come Apple e Google che hanno fatto fronte comune contro il Covid-19 sviluppando un medesimo sistema di contact tracing basato su tecnologia bluetooth ancora più diffuso; in una prima fase, il progetto permetterà alle apps dei sistemi sanitari nazionali di interagire con i dati di tracciamento degli utenti e, in una seconda fase, di inserire il sistema di tracciamento direttamente negli aggiornamenti dei sistemi operativi degli smartphones.

Testing, contact tracing and confinement diventano così le parole d’ordine funzionale che conformano i modelli di zootecnica pubblico-privata che, un giorno dopo l’altro, stanno de-costruendo le categorie della scienza politica, rendendo persino antiquata la nozione foucaultiana di biopolitica. La zootecnica e la biopolitica hanno delle affinità sia rispetto al loro oggetto di governo, la vita della popolazione specie, e sia una stessa forma di potere reticolare, che trova nelle istituzioni totali i suoi nodi disciplinari (carceri, ospedali, fabbriche, scuole, luoghi di transito). Tuttavia, come ci dice Foucault, la biopolitica è una tecnica della sovranità articolata dalla parola secondo ordini discorsivi strutturati da certi saperi scientifici (demografici, statistici, medici, economici); la zootecnica, invece, è la sovranità della tecnica articolata dal numero secondo un ordine computazionale strutturato da algoritmi, da schemi esecutivi di calcolo che neutralizzano le qualità discorsive delle scienze dando loro maggiore efficienza. 

Gli algoritmi, pertanto, sono il motore che muove l’ecosistema dei Big data in cui vive lo spirito digitale del Leviatano, rendendo esecutivo il suo Stato zootecnico. Una natura mobile di informazioni in costante espansione grazie all’afflusso dei dati di realtà catturati, con sempre più efficienza e pervasività, dai dispositivi digitali in cui si si materializza il corpo diffuso del Leviatano. Il suo Stato zootecnico, pertanto, è sconfinato e allo stesso tempo in grado, lì dove occorre, di confinare con precisione ogni cosa in uno stato di isolamento a superficie variabile, da quella microscopica in cui ha isolato i 120-160 nanometri del Covid-19, a quella macroscopica dei 510.065.285 km2 della superficie terrestre in cui ha isolato la specie. Ci sono poi le superfici di mezzo, quelle misurate dai metri quadrati degli spazi domestici, per chi ha la fortuna di disporne, in cui la zoopolitica ci ha isolati dal virus e dal mondo per immunizzarci.

È in questi campi di de-concentramento, istituiti dallo Stato zootecnico per lo sterminio del virus, che la domesticazione domiciliare accelera il salto di specie dell’homo sapiens. Come si diceva, questo ominide si caratterizza per una tendenza istintuale che curva l’immediatezza nella riflessività, verso quel vuoto interiore in cui riavvolge gli accadimenti presenti nel suo campo percettivo per ricondurli a sequenze coerenti, interrogarsi sulla loro origine, prefigurarne il loro ripetersi e, quindi, a modificarne i loro esiti futuri. 

Grazie a questo vuoto riflessivo, la mente sapiens è entrata in un fuori tempo che le ha permesso di elevarsi dal suolo del presente e di camminare, sospesa come un funambolo, al di sopra dello stato di necessità, lì dove  la vita animale resta ingabbiata nel comportamento lineare stimolo-risposta 12[P. L. Marzo, La natura tecnica del tempo. L’epoca del post-umano tra storia e vita quotidiana, Mimesis, Milano 2013]. Un comportamento reattivo che persiste nelle aree inferiori del cervello umano del talamo, dove nascono le immagini che ordinano i dati percettivi, e dell’amigdala, dove le risposte emozionali prendono la forma di immagini motorie. L’homo sapiens è l’animale che ha imparato, nel suo percorso evolutivo, a interrompere la linea talamo-amigdala, in modo da poterla triangolare con gli strati superiori della corteccia celebrale, quella parte della mente in cui l’immaginazione da forma a immagini meta-cognitive dalle quali si osserva percepire e agire. L’immaginazione, pertanto, è ciò che riempie con immagini ideative il vuoto riflessivo del sapiens dando piena coscienza alla sua esistenza, rendendo creativo il suo comportamento e progettabile l’ambiente che lo circonda. Riflessività e immaginazione tracciano così un movimento a spirale che, tra vuoto e pieno, conduce l’homo fuoridal circuito funzionale stimolo-risposta rendendolo un sapiens, un animale naturalmente complesso e indeterminato.

Cosa accade a questo animale se viene esposto a una circolazione accelerata di immagini virali? Se queste immagini diventano l’ambiente immaginativo in cui è quotidianamente isolato il sapiens? Se la sua immaginazione diventa parte organica dell’immaginario pandemico dello Stato zootecnico? E se l’urgenza dei suoi decreti lo schiaccia in un presente necessario?

Accade che l’homo sapiens compie un salto di specie mutando in un homo simplex. Quest’ominide non è l’incolto,dato che può essere anche molto istruito, e neanche lo sciocco, essendo capace di raggiungere alti livelli di efficienza intellettuale; ciò che lo caratterizza, invece, è l’istinto a ridurre la spirale del pensiero complesso in modo tale da pervenire a un piano di ragionamento più lineare, più semplice appunto. Anche il suo mondo emozionale è altrettanto esemplificato, come si vede nella tastiera degli emoticon con cui comunica. Se poi si entra nelle piazze dei social network, si può osservare come l’esemplificazione emozionale vada di pari passo con quella del linguaggio prêt-à-porter usato dall’homo simplex per socializzare con i suoi simili. Un linguaggio sintetico in cui ridurre la complessità del pensiero in 280 caratteri cesellandoli, come accade nei tweet della classe politica simplex, con richiami semantici alla praticità, al realismo, alla certezza, al fare, all’utilità, alla rapidità, alla verità. Parole chiave che orientano le questioni socio-politiche dibattute dall’homo simplex, come quelle sollevate dall’evento pandemico,  verso scelte di campo con solo due soluzioni possibili: si o no, vero o falso, giusto o ingiusto, amico o nemico, ecc. Una scelta binaria tipica della mente bipolare simplex e che riproduce, inconsapevolmente, il linguaggio del codice binario dello 0-1 del mondo digitale. 

D’altronde è questo l’habitat dell’homo simplex in cui meglio si esprime il suo istinto multitasking con il quale si disloca, con naturalezza, in più sistemi applicativi gestendo un flusso eterogeneo di informazioni (grafiche, visuali, testuali, iconiche, sonore, tattili) che, pur accumulandosi nel vuoto del suo mondo interiore, non sedimentano una visione del mondo dotata di senso. In mancanza di questa sedimentazione, l’homo simplex deve evacuare velocemente l’accumulo informatizzato che è in lui per introdurne sempre dell’altro. Una condizione metabolica che sviluppa nell’ominide un costante stato di eccitabilità infantile verso tutto ciò che di nuovo appare nello schermo senza accorgersi, tuttavia, che è proprio la sua luminescenza a renderlo una specie simplex. Come ci dice Derrik de Kerckhove, quando siamo in contatto con un dispositivo mediale si genera un brainframe, una cornice cognitivo-emozionale che invisibilmente muta, al di là del messaggio comunicativo, le strutture profonde del pensiero che costruiscono la nostra visione del mondo 13[D. de Kerckhove, Brainframes. Mente, tecnologia, mercato, Baskerville,  Roma 1993]. La particolarità dei media digitali è che creano una particolare forma di brainframe che ha il potere di annullare l’intervallo, di bruciare quel fuori tempo che ha liberato l’homo sapiens dalla forza di gravità del qui e ora. Quando ci muoviamo negli ambienti digitali, infatti, il flusso continuo delle informazioni satura il nostro vuoto riflessivo limitando, di conseguenza, la funzione meta-cognitiva della corteccia celebrale con la quale immaginiamo l’esperienza aprendola alla possibilità. È questo che sovraeccita la linea reattiva talamo-amigdala, l’unica a essere in grado di reggere la velocità del flusso di informazioni, riportandoci allo stato di necessità animale dello stimolo-risposta. 

Lo schermo, proprio per questo, è il recinto psico-tecnico entro il quale lo Stato zootecnico addomestica l’animalità complessa del sapiens mutandolo in una specie simplex. Un recinto in cui si entra per diverse ore al giorno per accedere alla libertà della vita metropolitana di internet, la capitale dematerializzata dello Stato zootecnico. L’homo simplex, navigando nel suo reticolo urbano, si era illuso di aggirarsi in una struttura urbana aperta e orizzontale. L’uso del passato è d’obbligo, perché ora la circolazione del Covid-19 ha rotto l’incanto della libertà metropolitana, mostrando all’ominide della semplicità come la rete possa diventare verticale trasformandosi in un avvolgente recinto digitale e trasformare, d’improvviso, il sogno della realtà aumentata nell’incubo di una realtà diminuita in uno stato di pauroso isolamento. La paura è ciò che in questi giorni intensifica la vita nervosa dell’homo simplex, mettendolo ancora più profondamente nel circuito funzionale del comportamento animale e nel funzionamento dello Stato zootecnico che, per salvarlo dalla morte virale, lo sta immunizzando dalla vita.


4 risposte a “Covid-19: un fatto sociale totalitario. L’immaginario dell’homo simplex e i suoi effetti di realtà zootecnici”

  1. gran bel lavoro Pier Luca Marzo. mi chiedo se per immunizzarci da questo totalitarismo fosse opportuno, oltrepassando in progressione il punto, la linea e la superficie, giungere a quello spazio (questa volta interiore) che, riempiendo il vuoto riflessivo, si possa porre tra stimolo e risposta sotto forma di “io consapevole.

    1. …hai centrato Salvo! Nella tua domanda c’è già la risposta: occorre decolonizzare l’interno e riattivare una visione consapevole, ovvero capace di rilegare la complessità senza scissioni tra razionalità e emozionalità, immaginario e realtà, l’io dall’altro, vita e morte…

  2. Intervento di spessore ed efficace che invita a essere sviluppato in un saggio dell’ampiezza di una monografia. Di grande interesse per me il riferimento alla zootecnia e quindi al peculiare paradigma politico che questa sembra prefigurare e realizzare unitamente a una lettura, anche incalzante nel ritmo della scrittura, delle molteplici e complesse dinamiche immaginali coagulate e vivide nell’attuale situazione. La tripartizione del saggio, che evoca in controluce il pensiero e l’estetica di Kandinski, contribuisce a una visione “in movimento” della complessità del fenomeno lasciando al lettore la percezione di vie di fuga prospettiche teoriche e percorsi di approfondimento ulteriori. Solo alcune prime idee e suggestioni intorno al tuo bel saggio, Pier Luca.

    1. Grazie Dario, le tue parole mi lusingano e ripagano dallo sforzo di sintesi (non tanto vista la lunghezza del testo) fatto. Quello della zootecnica è un paradigma interpretativo tutto ancora da sviscerare e sul quale, già da qualche tempo, mi sembrava essere utile a comprendere il mutamento sociale in atto, o forse la mutazione bio-sociale in atto. Covid-19 è il punto, mi sembra, in cui tutto ciò si palesa. Tuttavia, c’è anche una chiave politico-espistemica che mi interessava dare, ovvero che le scienze sociali non debbano giocare in retroguardia, commentando l’ordine del discorso impostato dalle scienze dure. Credo che la nostra in-utilità sia legata alla forza di fornire visioni unitarie entro le quali ricomprendere la frammentazione degli eventi senza tradirne la complessità…di questo sono sicuro che ne continueremo a discutere assieme!

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