Covid-19: un fatto sociale totalitario. L’immaginario dell’homo simplex e i suoi effetti di realtà zootecnici

di Pier Luca Marzo

Istruzioni per l’uso

Quando contempliamo un paesaggio non vediamo la natura, ma la sua immagine. Lo stesso accade quando un evento luttuoso porta la morte nel nostro paesaggio interno. L’immagine è anche ciò che erotizza chi amiamo e ci fa odiare un nemico, oppure desiderare un oggetto. Essa è contenuta anche nei paradigmi che orientano la scienza verso la verità e, ovviamente, nelle forme religiose che osservano l’invisibile. Non basterebbe una vita per completare l’elenco delle immagini che sostanziano la nostra esistenza, così come accade quando vediamo un paesaggio. L’immagine è il fantasma della mente che, in virtù della sua inconsistenza, attraversa il muro che ci separa dal mondo riportandolo in noi sotto forma di un’esperienza carnale, di una risonanza emozionale, di una conoscenza, di una memoria, di una realtà. 

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Quelques questions éthiques autour d’une crise sanitaire

di Jean-Jacques Wunenburger

La pérénisation et la mondialisation simultanée de la lutte contre l’épidémie de Covid-19, surtout sous sa forme de pathologie spectaculaire et létale, même en nombre proportionnellement limité poiur l’instant, nous interpelle sur un plan éthique sous de multiples aspects. On peut détacher quelques points sensibles qui mettent en difficultés nos  repères éthiques :

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Il numero come simbolo dell’ordine. Il significato del quaranta e le religioni monoteiste

di Anna Marino e Luisa Nardi

Le immagini che circolano sul web sin dall’inizio della pandemia, che mettono in relazione la quarantena con la quaresima, hanno suscitato interesse nell’approfondire quale connessione possa esserci tra queste e il numero quarantanell’immaginario collettivo, cercando di trovare una radice comune appartenente a differenti culture e credenze. Molteplici sono le tradizioni in cui i numeri hanno una valenza sacra, talvolta ai numeri viene riconosciuta una funzione regolatrice di tutto ciò che ci circonda.

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Dalle maschere alle mascherine

di Dariush Rahiminia

L’osservazione clima di “terrore” e di “repulsione dell’altro” in cui stiamo vivendo, ha fatto nascere spontaneamente questa breve riflessione.

Se la più riconoscibile icona riguardante il periodo storico dell’epidemia bubbonica è la terrificante maschera col becco a punta dei medici della peste, oso affermare che, nella futura storia che i nostri figli studieranno sui banchi di scuola, l’epidemia di coronavirus che stiamo vivendo e affrontando oggi sarà simboleggiata dalla mascherina chirurgica – o simili tipologie. 

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Il doppio virus

di Emanuele Profumi

Alla fine ci siamo arrivati. Come una palla su un piano inclinato, siamo scesi sempre più velocemente sino alla sospensione delle garanzie democratiche pur di essere efficaci davanti all’emergenza sanitaria, all’epidemia che sta prendendo dei contorni inquietanti nel nostro Paese. Come se fosse la naturale conseguenza di una “fatalità” che ci porta a considerare le misure democratiche indifendibili davanti al contagio, come se le nostre minime libertà civili (di riunione, di manifestazione, di garanzia dei diritti sociali, come quello all’istruzione) siano un ostacolo decisivo per poter trattare il virus. Che può essere trattato solo se restiamo a casa, se disertiamo gli spazi pubblici. Eppure, proprio questo riflesso incondizionato, quasi atavico, che ci porta a sacrificare la nostra responsabilità e libertà democratica pur di “essere sicuri” ha qualcosa di sinistro. Anzi, sembra essere parte di un virus diverso.

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Tessere la tela cognitiva nella pandemia di un virus anti-sociale

di Stefano Cristante

Prima del virus c’erano altri virus. Solo che a quelli Homo sapiens resisteva senza problemi o quasi, mentre al Covid-19 no. In realtà questo non è del tutto vero, perché molti contagiati sopravvivono e altri persino non si rendono conto di essere contagiati, perché sono immuni anche se possono diffondere il virus. Comunque l’effetto di massa della propagazione del Covid-19 è inaudito, e così le conseguenze mortifere e anche quelle socialmente drammatiche. 

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Razzismo e pandemia

di Carlo Pontorieri

All’inizio di questa dolorosa vicenda in Italia si era diffuso lo slogan: “il razzismo è un virus più pericoloso del Covid-19”.

L’espressione oggi suona retorica, con quasi 4 miliardi di persone in quarantena nel mondo e centinaia di migliaia di vittime. Tuttavia, visioni del mondo e mentalità, pregiudizi privati e politiche pubbliche, si sono variamente combinati tra loro, rivelandosi spesso alleati non secondari del contagio; in alcuni luoghi del mondo quelli decisivi.

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Appunti sull’immaginario del covid-19

di Adolfo Fattori

Propongo solo appunti, per ora.

Colgo due spunti, apparsi nelle nostre pagine “social” in questi giorni:
– Antonio Maturo, Università di Bologna, evidenzia tre bias che possono riguardarci nella situazione attuale. Uno in particolare mi preme: il nostro essere “parte” del fenomeno che siamo chiamati a osservare e su cui siamo tenuti a riflettere e produrre sapere;
– Fabio D’Andrea, Università di Perugia, che ragiona sulla natura particolare percepita – come quella delle radiazioni atomiche – del virus COVID-19 (ma di tutti i virus, in effetti): una “chimera”, un qualcosa che non è attribuibile interamente a nessuno dei mondi della natura, animale, vegetale, minerale…

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Brevi riflessioni per immaginare senza immaginario in un tempo senza tempo

di Giulia Crippa

Necropolitica che diventa macropolitica pubblica, la cui complessità va ben oltre la questione dell’emergenza. La riduzione della sanità pubblica è una necropolitica, scopriamo durante questo isolamento collettivo che accade in tutti i luoghi. Le linee guida su “sommersi e salvati” rispondono ufficialmente alle modalità di questa necropolitica. La priorità deve essere data a chi è produttivo nella società. Anziani e deboli non servono. 

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