Il potere dell’immaginario e l’immaginario del potere

Il 17 e 19 Ottobre 2018, si è tenuto a Messina, presso il Dipartimento COSPECS, il ciclo di seminari, coordinato da M. Meo e P. L. Marzo, dedicato a “Il potere dell’immaginario e l’immaginario del potere”. Ospite speciale il Prof. Denis Fleurdorge, dell’Università di Montpellier III, che ha trattato il tema della simbolica del potere, il potere dei simboli e il caso Macron.

Locandina

Atlante abita a Bruxelles. Costruire le fondamenta immaginali dell’Europa unita 

“Atlante abita a Bruxelles. Costruire le fondamenta immaginali dell’Europa unita” è il panel organizzato dalla sezione  “Ais – Immaginario” nel corso del Convegno “La sociologia e le società europee: strutture sociali, culture e istituzioni. Conferenza AIS di metà mandato”, tenutosi a Catania il 6 Ottobre 2018. Di seguito gli interventi (Audio).

Vania Baldi (University of Aveiro)
Europei in cerca d’Europa. Dialoghi interrotti tra cosmopolitismi sradicati e provincialismi polarizzati.

Panagiotis Christias (University of Cyprus)
Europa: dopo la nazione, verso una nuova forma politica?

Fabio D’Andrea (Università degli Studi di Perugia)
Trascendere il contratto. Le fondamenta non razionali dell’appartenenza.

Emanuela Ferreri (Università degli Studi di Roma – La Sapienza)
La Società degli Europei: un cronotopo sfuggente.

Valentina Grassi (Università di Napoli – Parthenope)
Il Mediterraneo e la co-tradizione culturale europea.

Andrea Lombardinilo (Università degli Studi di Chieti-Pescara – “Gabriele D’Annunzio”)
Nella spirale tecnocratica: per un immaginario dell’Europa mediale.

Nicosia: l’ultima capitale divisa del XX secolo o la prima del XXI?

Il 13 Ottobre 2018, alle 15,30, presso l'”Auditorium Mauro Bortolotti”, nel corso del Festival della Sociologia a Narni, si terrà  l’incontro “Nicosia: l’ultima capitale divisa del XX secolo o la prima del XXI?”. Interverranno Panagiotis Christias, Fabio D’Andrea, Valentina Grassi, Antonio Naso, Domenico Secondulfo, Rosario Salvato. 

Locandina (Festival della Sociologia 2018)


 

Il mito della razza: una lettura immaginale di uno dei grandi miti della modernità

by Valentina Grassi

 

È idea corrente a livello dell’opinione pubblica che in questa fase socio-politica delle vicende italiane ci sia in gioco quel grande mostro, che è richiamato in modo dispregiativo, che è il razzismo. Quello di “razza”, come concetto scientifico, è stato chiaramente smentito dalla teoria evoluzionistica di Darwin: non c’è alcun collegamento necessario, “naturale”, tra caratteristiche genetiche e caratteristiche sociali o culturali o caratteriali degli esseri umani. Il razzismo ha avuto tuttavia una grande fortuna culturale e politica, tanto da attraversare, come corrente profonda, tutto il Ventesimo secolo e probabilmente è arrivato a noi in grandissima salute.

Da dove possiamo partire per cercare di comprendere la natura immaginaledi questo grande mito? Ci aiuta Ferrarotti, che nel libro La convivenza delle culture: un’alternativa alla logica degli opposti fondamentalismi, uscito nel 2003, ricorda come le origini della teoria – e quindi del mito – del razzismo siano da far risalire al Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane, del francese Arthur De Gobineau, uscito alla metà dell’Ottocento (1853-1855). Visto che siamo sull’onda di polemiche attuali, ebbene sì, il razzismo nasce in Francia e arriva in Germania, dove viene sacralizzato dal Mein Kampf di Adolf Hitler, che esce nel 1925.

Cosa si sostiene, in breve, nel Saggiodi De Gobineau? Che la “razza ariana” (la “razza bianca”) è una razza superiore, che ha il monopolio “della bellezza, dell’intelligenza e della forza”, che le grandi civiltà che sono esistite sono state sempre guidate dalla razza ariana e che la causa di morte delle civiltà è il mescolamento con altre razze.

Certamente il discorso di De Gobineau è molto più articolato, ma in questa sede vorrei limitarmi a lanciare alcuni spunti di riflessione sull’immaginario della purezza della razzautilizzando la magnificente opera di Gilbert Durand, uscita nel 1960 e intitolata Le strutture antropologiche dell’immaginario.

Innanzitutto, Durand distingue i prodotti dell’immaginazione, quindi l’immaginario, in due grandi regimi: il regime diurno e il regime notturno. Se il primo è il regime della luce, l’altro è il regime dell’oscurità. Come non trovare delle similitudini, compiendo un’analisi di sociologia del profondo, tra il mito della “razza bianca”, “chiara” e “illuminata dalla Ragione”, e il regime diurno? E come non trovare delle similitudini tra la “razza nera”, quella che vive “senza la luce dell’Intelligenza”, e il regime notturno dell’immaginazione?

Inoltre, al regime diurno dell’immaginazione, Durand associa le strutture schizomorfe, che hanno la forma della separazione: sono strutture eroiche, che tendono a dividere il bene dal male, dove la luce illumina il cammino verso il bene. Ecco, la razza bianca è proprio quella che, per De Gobineu, è portatrice del bene, ed è l’unica che può condurre eroicamente (con la forza) verso la civiltà.

Al regime notturno, invece, Durand associa le strutture sintetiche, che mettono insieme gli opposti, e le strutture mistiche, che tendono verso la profondità. Ed ecco che qui entra in gioco l’altra grande componente del mito della razza: la simbologia della purezza. Nel momento in cui si parla del mescolamento (il mélange) come imbarbarimento, entra in gioco la lotta, prettamente diurna, contro il regime notturno dell’immagine, che è sintetico, tende quindi alla congiunzione. E viene rifiutata ovviamente anche la componente mistica, quella più profonda, alla quale Durand associa l’acquacome uno dei simboli semanticamente più forti (si pensi per esempio al liquido amniotico come simbolo della connotazione mistica del ventre materno). Ebbene, la nostra epoca, che vede le grandi migrazioni nel Mediterraneo come viaggi di popolazioni nere nel mare, è fortemente connotata in termini oppositivi rispetto a un immaginario polarizzato verso il regime notturno delle immagini, quel regime oscuro, che suscita la paura della confusione. E infine, il sangue. Ancora, un simbolo fortemente mistico, portatore di una valenza semantica di grandissimo impatto inconscio. Se il sangue, quindi la sorgente mistica stessa dell’uomo, si mescola, quindi diventa impuro, viene minacciata la radice più profonda dell’essere.

Dal momento che tutte le produzioni dell’immaginario, simboli, miti, riti, fondano la loro semanticità sulla coincidenza degli opposti, sulla logica dell’et et, tutto il discorso che qui si è cercato di abbozzare va preso non certo nella sua schematicità euristica ma nella sua tensione verso la complessità semantica. E ci si augura che questo aiuti.


 

Del contratto e altre invenzioni della Modernità

by Fabio D’Andrea

 

La Modernità si è basata su scienza e calcolo per raccontarsi come la «fine della storia» (Fukuyama), una nuova eternità nella quale tutto ciò che aveva terrorizzato il genere umano per millenni sarebbe stato domato e gestito con poche conseguenze a carico di qualche minoranza sfortunata. Grazie alla matematica e alla statistica, ci si era sottratti al dominio del fato e uomini e donne non ne erano più le vittime impotenti. Mentre nelle società premoderne i rischi «rimanevano sostanzialmente “colpi del destino” che si abbattevano dal “di fuori” sugli uomini e nel “di fuori” erano compresi gli dèi, i demoni e la natura» (Beck 2008: 14), con le nuove abilità moderne le cose sono cambiate drammaticamente. Una nuova idea si è imposta con la forza combinata della scienza, della tecnologia e dell’economia, l’idea di un «patto sul rischio» (risk contract): «Che alle avventure che seguono l’apertura e la conquista di nuovi mercati e lo sviluppo e l’applicazione di nuove tecnologie si possa o si debba rispondere con un “patto sul rischio” è un’invenzione sociale che risale agli inizi della navigazione commerciale intercontinentale e che fu estesa a quasi tutte le zone problematiche dell’agire sociale, venendo poi progressivamente perfezionata» (Beck Conditio Humana: 14).
Il traduttore italiano di Beck, rendendo “risk contract” con “patto sul rischio”, ha probabilmente voluto accentuare la dimensione sociale dell’operazione descritta qui sopra, modificandone però significativamente il senso più ampio. Nel campo semantico del “contratto” è infatti facile riscontrare numerosi concetti molto noti, coi quali il “patto” ha poco a che fare: volontà, libertà, scelta, garanzia, assicurazione. Il contratto è l’utensile perfetto per controllare il proprio destino e per prevenire suoi eventuali colpi di coda imprevisti e pericolosi; è scritto meticolosamente, limato e sottoscritto liberamente e volontariamente. In altre parole, è una delle migliori figure della Modernità, anche sul versante oscuro della furbizia e dell’inganno; non è per caso se è arrivato a sussumere la gran parte delle relazioni umane anche al di fuori dell’economia: politica, matrimonio, cura.
Il solo problema – non da poco purtroppo – sta nel fatto che di quella Modernità capace di calcoli precisi e indennizzi non resta granché. La scala delle questioni in ballo esorbita le capacità di controllo umane, mentre le scienze si scoprono meno “dure” del previsto, confrontate a un sapere sfuggente che ne mette in crisi le fondamenta reincastonandovi l’incertezza che pretendevano di aver cancellato. Il contratto, in ogni sua configurazione, fa parte degli strumenti cui ci si ostina ad affidarsi in uno «scambio di secoli» (Anders), perché «i pericoli ai quali siamo esposti appartengono a un secolo diverso da quello a cui appartengono le promesse di sicurezza che cercano di domarli» (Beck Conditio Humana: 48). E questo vale per i rischi ambientali, gli scambi economici, le prospettive politiche…