Appunti sull’immaginario del covid-19

di Adolfo Fattori

Propongo solo appunti, per ora.

Colgo due spunti, apparsi nelle nostre pagine “social” in questi giorni:
– Antonio Maturo, Università di Bologna, evidenzia tre bias che possono riguardarci nella situazione attuale. Uno in particolare mi preme: il nostro essere “parte” del fenomeno che siamo chiamati a osservare e su cui siamo tenuti a riflettere e produrre sapere;
– Fabio D’Andrea, Università di Perugia, che ragiona sulla natura particolare percepita – come quella delle radiazioni atomiche – del virus COVID-19 (ma di tutti i virus, in effetti): una “chimera”, un qualcosa che non è attribuibile interamente a nessuno dei mondi della natura, animale, vegetale, minerale…

Bene!

1) Siamo completamente dentro lo sconvolgimento della vita quotidiana e dell’immaginario attuale per quanto riguarda comportamenti, organizzazione, pensiero causato dall’epidemia.

Ma noi, come individui di una erta formazione sociale, lo siamo sempre.

Il fatto è che però, in genere, ci troviamo a ragionare da sociologi su fenomeni di lungo periodo, che emergono nei loro effetti con lentezza, e si sviluppano sotterraneamente prima di manifestarsi in tutti i loro effetti.

In questo caso, abbiamo il fenomeno sotto gli occhi nella sua “magnificenza”, se mi si passa il termine. Abbiamo davanti il comportamento dei media, dei governi, delle singole persone (almeno da quel che possiamo percepire attraverso i social).

Allora, ciò che Maturo – e fa bene a metterci in guardia – percepisce come un rischio, può diventare un dono, un vantaggio, se conserviamo la giusta distanza, e osserviamo anche noi stessi, lo svolgersi delle nostre biografie dentro il flusso del processo storico (penso a Charles Wright Mills, e alle riflessioni su “Biografia e Storia” presenti in L’immaginazione sociologica): «… l’individuo può comprendere la propria esperienza e valutare il proprio destino soltanto collocandosi dentro la propria epoca».

2) il virus come “chimera”. Sì, come qualcosa – la chimera è un essere fantastico – che appartiene al dominio del “prodigioso”, ha la natura dell’irriducibile alle esperienze che personalmente abbiamo fatto e ai rischi che percepiamo – percepivamo – nella “vita di prima”, e quindi ha tutte le caratteristiche per alimentare complottismi, superstizioni, magismi – e comportamenti connessi.

Max Klingers, Der Tod am Wasser (1881)

Ci siamo dentro personalmente, come individui a rischio come tutti gli altri. Ma abbiamo la nostra “cassetta degli attrezzi” di praticanti delle scienze storico-sociali, e degli elementi, più o meno lontani nel tempo, su cui lavorare e operare confronti:

– la “spagnola”: dai cinquanta ai cento milioni di morti (e questa forbice deve farci riflettere) in due anni (1918-1920) su una popolazione mondiale stimata di due miliardi e mezzo di persone;

– l’encefalite letargica (1916-1917): meno colpiti, ma più morti in proporzione. Rimane un mistero, e si è sempre immaginata una sua relazione con la “spagnola”

– Aids: da un rapido sguardo sul web: nel 2018 770.000 morti nel mondo, su una popolazione di circa… sette miliardi di persone?
Ma la “spagnola” e l’encefalite letargica sono lontane nel tempo, e l’Aids è stata sin dall’inizio percepita come legata a minoranze particolari, immerse nei comportamenti a rischio: gay e tossicodipendenti, quasi una punizione divina. E qualcuno lo ha sostenuto pure, come non si è peritato di fare anche un cardinale di sacra romana chiesa, in questi giorni, a proposito del covid-19.

Confrontiamo i numeri, e ragioniamo sulla percezione che – in particolare in Occidente – stiamo nutrendo, fra le informazioni che ci arrivano e le rielaborazioni che ne facciamo noi, e, propongo, ragioniamo su questo interrogativo:

Cosa ci aspetta dopo? Torneremo a comportarci come prima? Rapidamente, o lentamente? Riprenderemo subito ad abbracciarci, a uscire di casa, a avvicinarci l’uno all’altro, o la tendenza al permanere delle abitudini farà persistere nel tempo i nuovi modi della quotidianità?

E, soprattutto, cambierà il nostro rapporto con l’igiene quotidiana? E quali saranno le narrazioni e le retoriche che si affermeranno?

Chiudo con una citazione un po’ da trombone, da La scienza come professione di Max Weber, scritto per una conferenza, se ricordo bene, mentre finiva la Prima guerra mondiale e si scatenava la “spagnola”
«… anelare ed attendere non basta, e ci comporteremo in un’altra maniera: ci metteremo al nostro lavoro ed adempiremo al “compito quotidiano” – nella nostra qualità di uomini e nella nostra attività professionale. Ciò è semplice e facile, quando ognuno abbia trovato e segua il demone che tiene i fili della nostra vita».

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