Appunti sulle fondamenta immaginali della pandemia

di Fabio D’Andrea

La contemporanea infrazione dell’ordine planetario dovuta all’insorgenza dell’epidemia Covid-19 porta con sé una miriade di questioni e domande. Dal mio personale punto di vista, la ritengo di grandissima importanza per i discorsi che vengo articolando da anni, poiché illustra emblematicamente la fondatezza delle tesi di Beck sulla «messa in scena dei rischi sociali», nonché la strettissima connessione di questa anche con la sfera immaginale, rivelando al tempo stesso l’essenza provvisoria del sapere scientifico e la necessità di ricalibrarne la comunicazione e la percezione diffusa. Il «sapere di non sapere», di nuovo nella profonda accezione beckiana, dovrebbe essere oggetto di insegnamento e parte di una rinnovata consapevolezza comune dell’essere nel mondo, al di là del superomismo moderno e a compensazione delle storture più evidenti che esso ha provocato nella (auto)rappresentazione del genere umano e del suo occupare la Terra.

Karl Blossfeldt, Nigella Damascena Spinnenkopf (1932)

Detto questo, e in nome di una ricerca di tangibilità e concretezza operativa in queste riflessioni, vorrei iniziare ad appuntare i versanti a mio avviso significativi per identificare e comprendere l’influenza immaginale sulla «messa in scena» della pandemia:

  • Il virus è un agente invisibile e in più una “chimera”: un essere a metà strada tra il vivente e il non vivente, che sfugge alle classificazioni e in larga misura alla comprensione del sapere specialistico che se ne occupa (vedi frase iniziale). In quanto tale è il “nemico” perfetto per una cultura che ha fatto della visibilità e della certezza della conoscenza scientifica le pietre angolari della sua autorappresentazione;
  • Il virus condivide l’esistenza contraddittoriale, e pertanto “incomprensibile” al paradigma dominante, delle particelle subatomiche. Si innesta, più precisamente, nelle odierne teorie dell’informazione quantistica come possibile figura dell’informazione e, nella forma di virus ubiquitario, forse parte dormiente del DNA umano, diviene una sfida alla nostra autorappresentazione come monadi monolitiche: è bene ricordare, a tale proposito, che non sappiamo a cosa serva il 95% del nostro DNA e pertanto l’abbiamo elegantemente definito “DNA spazzatura”: ciò di cui non comprendiamo senso e funzione non è una testimonianza della parzialità del nostro sapere, ma qualcosa di inutile, perlomeno fin quando non ne scopriamo di più, spesso a nostre spese;
  • Il virus chiama in causa la crescente medicalizzazione e l’ossessiva ricerca di purezza attraverso l’igiene e la lotta agli altri fattori inquinanti e contagianti, anch’essi non a caso invisibili. La logica esclusiva imperante insiste nel dipingere virus e batteri come minacce in agguato cui rispondere con armi tecnologiche sempre più efficaci, rafforzando l’idea di un’umanità assediata e potenzialmente pura, immagine che confligge drammaticamente col nostro essere – ognuno di noi! – di fatto un universo composto da miliardi di esseri viventi federati in una logica cooperativa vincente, a partire dalle cellule per proseguire con le immense colonie batteriche che ci tengono in vita. La forzatura di tutto questo in un Uno è disastrosa per la nostra autoconsapevolezza e per l’instaurarsi di pratiche che in ultima analisi non fanno che indebolirci, ostacolando l’operare delle difese naturali e il ristabilirsi degli equilibri dinamici interni. La ricerca della purezza ha un costo in termini di produzione e disponibilità di anticorpi capaci di far fronte a epidemie come quella in atto, ma anche un costo economico rilevante che la rende oggetto di possibili speculazioni;
  • A questo proposito, una situazione come l’attuale mette a nudo le contraddizioni di un sistema che ha dimenticato l’etica a favore dell’economia ed espone la profonda ipocrisia che ne guida normalmente i processi. Ci si ricorda che Business is business è scandaloso solamente in situazioni estreme che ne mettono a nudo l’oscenità, mentre lo si continua a propagandare come unica logica accettabile in economia in tutti gli altri casi. Il virus potrebbe quindi spingere a riconsiderare l’equivalenza generalizzata accettata come un dogma, riscoprendo il fatto che alcune “merci” hanno campi semantici e riflessi che vanno ben oltre il mercato, coinvolgendo la salute e i diritti di tutti. Dal welfarealla medicina ai trasporti, la dimensione etica degli oggetti e dei servizi coinvolti dovrebbe essere riaffermata al di là della retorica del mercato, che si dimostra nuovamente fallimentare e improvvisamente inconcepibile;
  • Il tema della purezza minacciata torna per quanto concerne le modalità di trasmissione e di reazione all’emergenza (sempre che di emergenza possa parlarsi, si veda Spillover di Quammen). Il modello del contagio è di fatto il solo che la nostra cultura possa adottare per spiegare le dinamiche epidemiche, perché rientra perfettamente nella logica esclusiva e oppositiva dell’aut/aut: noi, i puri, siamo insidiati e contagiati da loro, gli sporchi, gli impuri, i nemici, e non abbiamo altro modo di opporci se non costruendo muri e segregando gli untori e le loro sfortunate vittime. Questo vettore consente anche di aggiungere alla costellazione l’antico odio per il corpo come ricettacolo di impurità (malattie, escrementi – si vedano gli acquisti smodati di carta igienica –, passioni libidinose e tutto ciò che minaccia l’equilibrio rarefatto della ragione e la sua idea di salute) e la condanna per la relazione aptica, in un generale stigma su corporeità e relazionalità che porta alla richiesta pressante di un trasferimento di tutte le attività nella sfera virtuale, vista come salvifica e paradisiaca;
  • il tema del contagio è inoltre collegato a quello della contaminazione, che vediamo dispiegarsi da anni nel vocabolario e nelle reazioni all’intercultura; nell’altra emergenza, quella delle migrazioni che procede in sordina, ma incessante, e più in generale nell’orrore per l’ibrido e il non-classificabile, che mettono in crisi in modo non occultabile la pretesa onnipresente di controllo;
  • Il tema del controllo è inestricabilmente connesso a ogni idea di purezza come perfezione in pericolo e all’altro registro costitutivo dell’immaginario occidentale, l’ossessione per la solidità e stabilità, che si traduce in richiesta di immobilità e soppressione di cambiamento/moto – molto interessante da questo punto di vista l’aggravarsi delle misure “detentive” verso i praticanti di qualsiasi attività sportiva e il tono di separazione radicale dalla natura, riscoperta come pericolosa a prescindere, perché fonte e asilo del nemico invisibile: dal divieto di assembramenti al divieto di uscita il passo può sembrare breve, ma non lo è e la giustificazione che così facendo si eliminano le tentazioni a trasgredire il primo divieto sa molto di derivazione paretiana, per quanto anche comprensibile nel quadro dell’indisciplina congenita della gente italica (chioso che è il caso di ragionare in termini contraddittoriali per quasi ogni derivazione: vi è quasi sempre un aspetto reale o verosimile che le offre un ancoraggio e la possibilità di una difesa argomentata);
  • Controllo, quindi, e sua inadeguatezza alla pretesa tecno-moderna di immutabilità, costruita questa volta come prevedibilità assoluta e mancanza di sorprese o eventi inattesi. In questo senso la pandemia è quanto di più inatteso – almeno nella percezione diffusa e rifacendosi a quanto detto per l’emergenza – e dal suo inizio al suo imperscrutabile scomparire sfugge a una qualunque comprensione operativa, restituendo amplificata all’umanità la percezione della sua fragilità, probabile origine dell’ossessione per la stabilità già ricordata: l’essere “mortali all’improvviso” di Bulgakov continua a non essere tema di riflessione e di presa di coscienza. L’intera costellazione rivela quanto scienza e tecnologia siano investite di un tono religioso di redenzione e salvezza che lo strumento simmeliano della “religiosità” permette di comprendere oltre i proclami di secolarizzazione e razionalizzazione e quanto invece necessitino di una presentazione che le riporti nei ranghi delle imprese umane, fallibili e imperfette per quanto stupefacenti e inimmaginabili fino a pochi anni fa;
  • Nello stesso registro credo rientri la retorica pervasiva della “guerra”, che è la sola figura con la quale comprendere il testardo andare delle cose per la loro strada, incuranti dei nostri progetti e dei nostri vantaggi. Di nuovo un’immagine diairetica e oppositiva, che marca l’affronto alle nostre pretese e la stizza che ne consegue come il risultato di una trama, di una congiura, cosmica o semplicemente umana. È tra l’altro un registro di grande comodità, in quanto offre l’alibi perfetto: noi non c’entriamo nulla, con le nostre prassi suicide e la nostra presunzione di aver capito, la colpa è solo del virus ed eventualmente degli untori che ne hanno causato la diffusione;
  • In prima conclusione, la pandemia e il virus che ne è responsabile mettono a nudo le contraddizioni di un sistema che rifiuta di confrontarsi con la realtà e di scendere dal piedistallo che si è costruito prima di esserne precipitato dagli eventi, incuranti dei suoi alibi e della sua boria. La situazione apre quindi a estremi contrapposti: offre alle forze conservatrici una ghiotta occasione per un colpo di coda che cancelli le numerose anomalie, facendo leva sulla paura ancestrale e opportunamente alimentata per amplificare la medicalizzazione/militarizzazione della vita quotidiana e fare la maggior fortuna delle multinazionali dell’IT e degli altri operatori economici; compito reso più facile dal corrente deserto del pensiero e dall’espropriazione costante delle competenze critiche delle persone; offre a quanti abbiano conservato dette competenze l’occasione per riscuotere dal torpore gli altri, spingendoli a ragionare sui fatti sfruttando l’evidenza delle contraddizioni fatte esplodere dalla pandemia: il ripensamento degli stili di vita, le connessioni finora solo accennate con la crisi ambientale, l’ignobile sfruttamento commerciale di articoli e servizi di prima necessità, lo spaesamento e la divisione all’interno del campo degli specialisti, che rivelano il carattere di impresa umana del sapere e negano la sua oggettività. Direi che la pandemia apre ufficialmente la guerra per il nuovo paradigma!

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